I cuoricini: Twitter non è un uccello per diabetici (#TeamStellina)

twitter cuoricini
Come quando la ragazza in quel film, sì, quella con gli occhiali spessi e i capelli legati e quell’abbigliamento un po’ così, sì, proprio quella lì, a un certo punto del film si toglie gli occhiali, si scioglie i capelli e diventa tale e quale a quella che all’inizio del film ti hanno portato a odiare. A quell’altra. Quella a cui non sarebbe dovuto essere un obiettivo finire con l’assomigliare. Alla fine, pure nelle migliori famiglie, può finire come in una banale commedia americana: ingoiamo bocconi amari con calici pieni di volemose bene che è un vino scadente, lo so io, lo sai tu mangiando idee originali come le fettuccine Alfredo.
Twitter, ti amo, ma non mi piaci più.
Attenzione, la lettura delle righe che seguono è sconsigliata a:

  • Kappisti anonimi ke ci sn e c fnn
  • Astronomi gelosi delle loro stelle
  • Aspiranti starlette che lovvano cose e leggono l’oroscopo sbagliando segno
  • Incomprensibili sostenitori del malefico cuoricino che ha sostituito la stellina dopo un’onorata carriera. Soprattutto voi, sì, parlo propio con voi. Mi avete diluso.

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Come un gallo sui trampoli

come un gallo sui trampoli
Non ti scrivo per essere letta. Non penso di saper far volare la tua immaginazione abbastanza in alto da diventare pagina del tuo diario e bigliettino scambiato sotto il banco e gomitata data furtiva tra un cambio dell’ora e l’altro. Che poi, dimmi, tu te li scambi con qualcuno i bigliettini da sotto il banco?
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Grande festa alla corte dei social

grande festa alla corte dei social
Dalla scarpiera le mie Maria Antonietta (sì, le mie converse lilla) ammiccano schiacciando l’occhiello. Così mentre scrivo mi riallaccio al film della Coppola e tra capo e collo sforno, come una torta rosa a 7 piani,  questo post tutto social, pizzi e lustrini. Divoratelo come una brioche.
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#Twitter-autori: per chi suona la notifica?

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È sabato pomeriggio.
In altri pomeriggi di sabato Qualcuno se ne sarebbe stato chino sui suoi libri a studiare e riempire di china quaderni di appunti che se si dovessero bagnare lascerebbero colare le nozioni ma non l’essenza, ché non è possibile che se” scripta volant sapia scillicat” (una volta lo disse un mio professore, per scherzo, ma in effetti è vero che le cose che sai, il sapere, non può scivolare via solo perché non hai con te il supporto su cui ne hai scritto.)
Qualcun altro avrebbe continuato ad allenarsi fino a sentire addosso quella stanchezza rotonda di quando tutto quadra perché il tuo corpo risponde alla perfezione ai tuoi comandi e il sudore ti imperla la fronte come una corona, come un qualche premio per le tue fatiche.
Qualcun altro se ne sarebbe andato alla stazione dismessa per scrivere su treni che non vanno più da nessuna parte frasi oscene perché nulla è più sconcertante e destabilizzante di non avere più nessuna da parte da cui andare.
Qualcun’altra si sarebbe fissata allo specchio fino a chiedersi quando sarebbe stato abbastanza essere bella come certe rassicuranti mattine d’ottobre e brava il giusto, senza eccessi, e quieta come il cielo quando tutte le nuvole a pecorella sono tornate nell’ovile.
Qualcun’altra avrebbe ascoltato canzoni tristi, visto film tristi, letto libri tristi, domandandosi se c’è un posto da cui chi canta, gira pellicole, scrive romanzi, può andare a prendere la tristezza o se forse la tristezza ce l’abbiamo già tutti dentro e allora nelle canzoni e nei film e nei libri non serve mettere davvero la tristezza vera ma basta mettere la giusta combinazione per fare aprire all’ascoltatore, spettatore, lettore, la sua personale cassaforte del dolore.
E invece?
Invece siamo tutti nella biblioteca di Twitter.

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Sei un mito: spunti divini per spuntarla nell'Olimpiade social

sei un mito spunti divini per spuntarla nell'Olimpiade dei social

Immagina quante persone si scoprirebbero atleti professionisti così, improvvisamente, se esistesse l’Olimpiade del dito più veloce a scrivere sullo smartphone. Pensa a quante cover d’oro a mo’ di medaglie sarebbero distribuite se valesse come disciplina sportiva il lancio del tweet, oltre che del martello, e se riuscire far sollevare  i pollici dei Like postando su Facebook fosse considerato alla stregua del salto con l’asta.
Sarebbe esilarante vero? E in fondo è un po’ così, solo che la coppa in palio è una luminosa visibilità. Un po’ come quella che si può avere svettando sui social network, standosene in cima al monte Olimpo (della condivisione) insieme alle divinità.

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Socialolimpo: tu che divinità da social media sei?

Socialolimpo: abecedario delle divinità da social media
Sei alle pendici di quelle montagne altissime che ti sembrano i social media. Hai deciso di spendere il tuo tempo creando dei profili in diversi social network ma hai paura di mandare tutto a monte. Mentre il tuo obiettivo sarebbe raggiungere la vetta.
Vorresti usare le opportunità offerte dalla rete per mettere in luce le tue qualità ma per farlo devi prima scalare una montagna di piccoli grandi ostacoli. Vuoi sapere come si fa a salire di quota per arrivare alla cima dell’Olimpo luminoso?
Alla domanda “come si fa” non può esserci una risposta univoca. Ma si può trarre spunto dal modus operandi dei soggetti più disparati e ci si può misurare con le varie possibilità immaginando come gestirebbe la propria presenza sui social quell’individuo lì o quel personaggio là. Perciò, per esempio, perché non divertirsi a ipotizzare come userebbero i social network alcune divinità?
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I social media spiegati (d)al mio cane

i social media spiegati (d)al mio cane
Ti piace questo quadro? Se la risposta è sì tanto meglio ma se la risposta è no poco importa: anche se a una prima occhiata questo quadro non ti ha conquistato forse potrà farlo la storia che si nasconde dietro questa tela. Ma certo che te la racconto! Altrimenti che ci sto a fare qua?
Il quadro è stato dipinto da Franz Marc e, anche se il titolo è poi diventato “cane davanti al mondo”, il titolo originale era molto più eloquente: tradotto suonava infatti più o meno come “come il mio cane vede il mondo”. Sei libero di pensare che questo pittore tedesco,che probabilmente andava a far bisboccia con Macke e Kandinskij, avesse alzato un po’ il gomito quando decise di dipingere un quadro da guardare per indossare simbolicamente gli occhi di un cane ma, devi ammetterlo, l’idea non è niente male. Anzi, è così “niente male” che in un certo senso… La voglio replicare. Iniziando proprio da questo articolo.
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La sindrome del cappellaio matto: scrivi con l'ossessione del termometro social?

cappellaio
Il cappello di un articolo dovrebbe essere un saluto di benvenuto sensazionale. Una levata di cappello eccezionale. Così strabiliante da impedire da far strabuzzare gli occhi al lettore e impedirgli di levare gli occhi dal testo. Ma anche se non sarà così dovrai fartelo andare bene lo stesso. Perché oggi  ho in serbo per te un altro tipo di cappello: un cilindro magico con dentro nessuna soluzione indossato da un cappellaio tutto matto che non ha niente da insegnarti. Vuoi essere la mia Alice per le prossime righe?
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