Esprimi una storia

birthday

C’è questo film in cui lei fa finta per quasi tutto il film di parlare solo russo ma non importa, almeno non del tutto, perché anche se non parla inglese come il tizio da cui si trasferisce trova comunque il modo per irretirlo, tradirlo, aspettare un figlio da lui, derubarlo, ingannarlo, innamorarsi di lui, alla fine partirci insieme ma a quel punto parlano pure la stessa lingua e quindi niente, a quel punto è tutto già così terribilmente normale.

Questo film si chiama Birthday Girl.

Ma non lasciarti fuorviare.

Questo post parla di ricorrenze e di racconti da soffiare come candeline e di desideri che sono pericolosi e belli e difficili e stupendi che si avverano solo se le candeline, invece di spegnerle col fiato, le spegni posando l’indice sopra la fiamma finché non smette di ardere.

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Train-spotting

train-spotting
Ci sono momenti fatti per stare fermi a guardare i treni passare. Magari sono momenti in cui, anche potendo, anche volendo, non si saprebbe proprio che treno prendere e poi c’è tutta la stazione ancora da esplorare. Aspettare. C’è l’odore dei treni (perché sì, i binari hanno un loro odore e ogni binario ha il suo, a volte anche in una stessa coppia di binari ogni binario ha un suo inconfondibile marchio che ti si appiccica addosso, alla pelle, e dentro, alla testa) con cui riempirsi i polmoni.
E poi ci sono momenti fatti per prenderli questi benedetti e maledetti treni.
Il Calamorso ha finito la sua corsa. Chi sono stati gli autori a salire nel vagone?
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Io (non) treno

Io (non) treno
Le cose che finiscono si dividono in due categorie: quelle che quando finiscono ti fanno tirare un sospiro di sollievo e per un po’ sollevi le mani in alto, “guardami, mi arrendo, mi hai stesa, la prossima voglia stendimi meglio però” e quelle che invece il sospiro te lo fanno tirare comunque (perché i sospiri si tirano e attirano. Quando si cicatrizzano poi sapessi come tirano) ma è un sospiro più del tipo “uau, fatto, e adesso? Ancora!”
Ecco.
Il Calamorso oggi, all’ora delle streghe, chiuderà i battenti. Domani pubblicherò i nomi di tutti coloro i quali hanno partecipato e il vincitore del Calamoquio sarà nominato. E sarà come aver appena iniziato.
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Ho perso il treno

ho perso il treno
C’è un momento, preciso, in cui tutto ti appare scontornato. Non è che ti sei perso è che forse non ti sei mai trovato. Obliare, a volte, è molto meglio di obliterare. E le cose, a volte, solo quando si perdono portano se non dalla parte giusta almeno da qualche parte. Una parte da cui non andarsene. Una parte che è una fermata che ha solo arrivi e mai ritorni e per questo nessun passeggero fa mai ricorso. Ognuno è uscito dal cerchio che gli dava il mal di testa e corre solo verso una direzione: non per forza la migliore ma di certo quella che vuole.
(Domani il Calamorso chiuderà i battenti domani. Spero che i racconti vi siano sembrati abbastanza Calamoquenti)

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Il giorno che Charlie non andò alla guerra

il giorno che Charlie non andò alla guerra
Hai 16 anni e ti piace Esiodo quando Esiodo parla del “senz’ossa”, che non è altro che il polpo, che quando fa freddo, ma proprio freddo, ma così freddo che ogni cosa che non è fuoco è marmo o ferro, ecco, quando fa così freddo il senz’ossa si rode il piede. Quando non c’è più niente da metabolizzare, rospi da digerire, ostacoli da masticare fino a farne poltiglia di ricordi confusi, quando non c’è più niente da agguantare e addentare ecco che l’unica soluzione diventa l’autodigestione.
Perfino i treni di tanto in tanto si lasciano ingoiare dalle gallerie.
Ma quando un treno non ha più niente da mettere sotto i binari e corre corre per arrivare a strapiombo sul vuoto… Forse quel treno è meglio non prenderlo.
(Manca così poco alla fine del Calamorso che è come se mancasse tantissimo tempo. Perché il tempo ha questo strano modo di giocare: accelera e poi si arresa e quando arriva quasi alla fine della corsa sembra volersi godere il viaggio più che mai. Eppure alla nomina del vincitore del primo Calamoquio manca davvero poco. E sarai tu, sì proprio tu che leggi, a decretarne la vittoria, condividendo il tuo racconto preferito su Twitter e Facebook)

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Il quaderno rosso

il quaderno rosso
La sera torni a casa. Stanco. La gente ti ha costeggiato, ha corso, con gli occhi, lungo i tuoi fianchi. E poi ti è entrata dentro. Senza troppo riguardo. Perché siamo tutti treni, per gli altri. Quante vite ti sfiorano appena. Giusto il tempo di una ruota di un trolley che si incastra, della maniglia di una valigia che si stacca, di un binario che corre troppo veloce per tutto il tempo che abbiamo da perdere, di una stazione che di stazionario non ha nulla, una stazione che è un porto che accoglie tutti ma non invita a cena nessuno finché capisci che non c’è un altro banchetto, il buffet è adesso e tu stai facendo la spola sempre verso lo stesso tavolo. E quella minestra neanche è davvero di tuo gradimento.
(Una settimana ancora e il Calamorso giungerà al termine. Chi sarà il protagonista del primo Calamoquio?)

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Fuga da me

fuga da me
Da quando è iniziato il Calamorso e sono spuntati nella mia casella email i primi trenini di racconti diretti al Calamoquio, per introdurre ogni racconto che ho postato io stessa ho arterializzato la mia vena creativa e ho lasciato sgorgare un po’ di inchiostro. Anche per questo racconto avrei fatto lo stesso, per esempio dicendo che i treni sono quelle cose che a volte, soprattutto quando dei binari si incontrano e certe tratte si toccano e il mondo le chiama coincidenze, ecco, dicendo che a volte i treni sono quelle cose che ci mettono di fronte a imprescinbidili bivii. E che questi bivii a volte si chiamano “chiuderegliocchieviverenellamenzogna” e “apriregliocchieguardarelaveritàanchesefamale. E avrei parlato anche di come per fuggire non sia sufficiente cambiare il cielo sopra di sé. Occorre cambiare qualcosa dentro di sé (e se lo diceva Seneca…) Ecco, avrei scritto qualcosa così (“Cesare taccio” docet), ma l’autore/autrice (ennò, mi spiace, ancora mancano 9 giorni alla chiusura del Calamorso e solo allora saranno svelate le identità degli autori) mi ha inviato insieme al suo scritto delle righe che non posso fare a meno di pubblicare.

“Questo testo nasce da un momento d’ispirazione colto al volo, salendo su un treno che son contento di aver preso anche se mi avrà fatto dormire un po’ meno, ma mi ha regalato una nuova esperienza indimenticabile e da condividere con amici e parenti.
voglio ringraziarti, Monia Papa, per avermi dato la possibilità di scrivere questa storia di getto senza sosta e senza modifiche, tutta d’un fiato dalle ore 00:30 alle ore 03:41 – qualcosa che non facevo da tempo, ma che adesso mi ha portato sopra un nuovo livello che scrittura creativa che non credevo di avere – e la realtà più emozionante sta nel fatto che neanche io conoscevo l’avanzare degli eventi di questa storia, dato che sono stati un crescendo, uno dopo l’altro man mano che la stesura del manoscritto andava avanti.”

E adesso, con calma, goditi il quinto racconto partecipante al Calamorso.

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Parto in treno?

parto in treno?
Quando qualcuno scrive qualcosa per te (in tutti i sensi possibili. Sia che scriva qualcosa per dedicartela, sia che lo faccia per mettersi in gioco e giocare con te in un bizzarro concorso. Pardon, Calamorso), dicevo, quando qualcuno scrive qualcosa per te succede qualcosa di strano: ciò che è stato scritto nasce più volte.
Nasce una volta quando viene scritto e poi nasce ancora quando lo leggi tu, primo destinatario e ancora e ancora nasce quando sei magari proprio tu, prima di chi lo ha creato, a darlo in pasto al mondo e quindi, in qualche modo, a farlo nascere ancora, per l’ennesima volta, sotto una nuova spoglia (un po’ “mentita”, ma solo temporaneamente, dato che le identità degli autori dei racconti calamosi per l’en train de e la chat resteranno segreti fino alla fine del gioco!) e, si spera, sotto una buona stella.

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Il male di un treno ormai perso

il male di un treno ormai perso
Ogni volta è come aprire un bagaglio. Ma non un bagaglio qualsiasi, un bagaglio con una caratteristica ben precisa: un bagaglio che non è il tuo. Un bagaglio che non ti appartiene e che per il solo fatto di non appartenerti suscita in te emozioni che un tuo bagaglio non potrebbe mai suscitarti. Non emozioni migliori o peggiori. Solo diverse.
Ogni volta che mi viene recapitato da un colibrì viaggiatore un racconto per il Calamorso è proprio come aprire una valigia non mia. Si tratta perciò, innanzitutto, di osservare con delicatezza, per evitare che gli occhi sgualciscano le parole che chi ha fatto la valigia ha così accuratamente sistemato. E poi si tratta di passare le dita, saggiare la trama (dei vestiti che l’autore ha indossato vestendo i personaggi di storie e spogliando di ogni resistenza il lettore che allora si abbandona) e resistere alla tentazione di cambiare qualsivoglia dettaglio. Perché questi racconti vogliono parlare da soli di sé e per farlo nel modo più autentico è importante siano autenticamente se stessi.

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