Ieri notte mi sono svegliata alle 4 dopo aver sognato, nell’ordine, di essere un fantasma, di avere della pelle adesiva pronta a staccarsi come gli adesivi che io però non staccavo dai diari, di avere un figlio minuscolo con gli occhi giganti, di provare un freddo lancinante, di sentire un dolore agghiacciante, di stare a mollo nell’acqua tenendo, con estrema cura, fuori dall’acqua un fazzoletto.

Mi sono svegliata perché avevo una cosa da scrivere e l’applicazione su cui annoto le note non partiva e allora mi sono inviata da sola un’email e mi sono stupita nel riceverla come mi stupisco sempre quando mi mando qualcosa come promemoria, perché lo so che non sono così abituata a scrivere per prima e perché mai per me stessa dovrei fare eccezione? Non si fanno sconti, né eccezioni, tantomeno per sé.

Quindi ieri notte mi sono svegliata, mi sono scritta, ho controllato che le cose pensate e scritte non fossero diventate realtà (ispezionandomi prima la spalla destra e poi il trillice del piede, sempre destro) e poi mi sono riaddormentata. Non del sonno dei giusti, ma neanche del sonno di chi ha passato gli ultimi anni a andare a letto presto, diciamo che mi sono addormentata di un sonno penetrante ma asettico, un sonno arrivato senza dolcezza dopo aver sognato, scritto e letto.

A un certo punto mi sono svegliata e la giornata è iniziata ma è iniziata in quel preciso istante solo per me, perché le giornate non aspettano, le giornate cominciano o saltano quando decidono loro, tu ti convinci di aver dato loro principio ma in realtà ti sei solo infilato, ti sei malamente inserito, sei il filo nella cruna, sei la scheggia di legno nel dito.

Mi sono svegliata e ho capito che nessuno si occuperà dei miei sogni, nessuno racconterà loro favole della buonanotte e augurerà di fare umani d’oro, nessuno porterà loro un bicchiere d’acqua se si sveglieranno assetati, nessuno lascerà entrare uno spiraglio di luce per non farli cadere quando si alzeranno la notte, al buio. E se nessuno farà mai ognuna di queste cose, ecco, forse a farle tutte dovrò essere io.

Questo post(o) è la nostra culla, anzi il nostro baldacchino in un castello col fossato, anzi il nostro materasso a terra così anche quando cadiamo in fondo non cadiamo. La nostra casetta sull’albero anche se l’albero è cresciuto al contrario.

C’è questa storia di questo albero cresciuto sottosopra che mi suona un po’ come una speranza tenacissima e un po’ come una maledizione. Non so se voglio questa epopea del farcela nonostante tutto, questo panegirico del comunquevadasaràunsuccesso, questa forza di cristallo che metti in bocca e mastichi finché il sangue è tutto tuo.

Eppure siamo qui.

Ci saranno delle rubriche nuove, rubriche che, se le chiamerete rùbriche, provvederanno e rubarvi tutte le caramelle e farvi rovesciare a terra (gl)i (uni)coni gelato, ma che, se non ferite nell’orgoglio, saranno carezze da cui lasciarvi addormentare, almeno finché decideranno di restare nel lato giusto del sottosopra:

  • Librilli: per tutta la bellezza condivisa con VolodiCalibri, per tutti i consigli metaletterari, per tutti i libri che più che letti sono stati divorati e iniettati, per tutto ciò che può essere letto solo mettendo il libro al contrario. La calamosità in più? Le recensioni di libri inesistenti.

 

  • Scribiatria: per tutte le volte che abbiamo provato a appendere le penne al chiodo ma poi i chiodi erano di garofano e le penne continuavano a scrivere, l’unica differenza era il profumo dell’inchiostro, per tutte le volte che ciò che pensi diventa ciò che scrivi e ciò che scrivi e i piani si confondono e i fogli ti tagliano i polpastrelli. La calamosità in più? Gli sconsigli scrittori.

 

  • QCS: per tutte le volte che ho parlato di Questa Cosa senza parlarne, per tutte le parole scritte ovunque, per tutti i personaggi che ho imparato a odiare, per la storia che è peggio di nutrire una pianta acquatica che cresce ogni volta che ti tocca respirare. La calamosità in più? Le segrete.

 

  • Unicorni in vetrini: per tutte le persone straordinarie che ho avuto e avrò la fortuna di sfiorare e che vorrei vedere sempre più fiorire, per tutti i talenti sorprendenti, per tutta la meraviglia che va condivisa, per ogni membro del Magenteam che non sa resistere  al richiamo della porporina. La calamosità in più? I progetti satellite.

 

  • Noteste: per tutti i rumori che fanno gli ingranaggi che hai in testa, per la musichetta del riavvio di quando qualcosa, dentro, ti si inceppa, per le persone discoteca e per le persone rumore bianco, per ciò che ascolti e ciò che odi(i). La calamosità in più? Vivi la tua vita come una canzone.

 

  • Cinemonia: per tutte le volte che la vita, prima di viverla, l’hai sceneggiata e diretta, per la fotografia storta di quella tua giornata bella, per la sospensione dell’incredulità, per la rottura della quarta parete e delle tre unità. La calamosità in più? La cinecronaca in diretta.

 

  • Calamondo: per tutte le accezioni del verbo errare che abbiamo imparato prima a amare, poi a perdonare quindi forse, a tratti, a usare, per le volte che rimaniamo a piedi e per quelle in cui rimaniamo in (piedi), per i percorsi che vengono prima delle mete, per il desiderare che è la metà di arrivare. La calamosità in più? Le guide acide.

 

  • So(g)netti: per tutte le volte in cui hai detto “non ce la faccio più” e poi ce l’hai fatta una volta in più, per tutto ciò che sogni ma non hai il coraggio di progettare, per tutto ciò che progetti solo perché non lo sogni davvero, per ciò che desideri e per ciò che ti serve, per il non riuscire, a volte, a capire certe differenze. La calamosità in più? Il diario del disappunto.

 

In tutto questo vorrei dire che ci sarò io,  io a testa in giù, io rivoltata per farmi leggere dentro, io capovolta come se così si trovasse meglio un senso ma, la verità, è che innanzitutto ci sarete tutti voi. Ogni singolo tu che legge, che squarcia i cieli di carta, che scopre l’abisso e si immerge, che strappa i veli anche quando sono sette, che scoperchia mondi come se intere distese d’erba e fiori fossero (s)coperte.

Questo saluto è nato con tutta l’urgenza del vaso che accoglie l’ultima goccia. Per questo vorrei che fosse l’occasione per tutti Noi, per l’ennesima volta, di lasciare che qui sotto uno stillicidio di parole, di intenti, di bellezza, si compia. 

 

 


2 commenti

Emma · Febbraio 2, 2021 alle 8:34 am

Smuovi i meccanismi inceppati del mio cuore quando il mio petto è infeltrito. Raccogli le gocce che salgono dal mio cuore quando il mio petto è spalancato.
E le parole si aggrappano alla quarta parete e io non le dimentico nemmeno se sono interrotta senza soluzione di continuità.
Un flusso inarrestabile come sangue arterioso.

Emma · Febbraio 2, 2021 alle 5:28 pm

Te l’ho scritto stamattina. Te lo rimando questa sera perché, alla vista dello 0 nei commenti, sono quasi diventata (La) Matta. Per fortuna (io non credo si chiami così quella cosa lì), ho salvato le parole che ti volevo regalare dopo aver bevuto il tuo post.
E così, rieccomi. Sempre io e sempre nuova. A dirti che

“Smuovi i meccanismi inceppati del mio cuore quando il mio petto è infeltrito.
Raccogli le gocce che salgono dal mio cuore quando il mio petto è spalancato.
E le parole si aggrappano alla quarta parete e io non le dimentico nemmeno se sono interrotta senza soluzione di continuità.
Un flusso inarrestabile come sangue arterioso.”

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