Un tuffo dove l'acqua è più tu

un tuffo dove l'acqua è più tu
Da quando ci sei sei parallelo alla mia linea del destino. A un certo punto è successo, la mano ha premuto troppo forte dove non avrebbe dovuto e non ha saputo fermarsi in tempo. Le mani quasi mai sanno fermarsi in tempo. Così ora ti porto addosso come un segno.
C’è un momento in cui sulla pelle sei come un taglio coperto di c(‘)era, una linea dritta e bianca. Poi mi fai male, perché non ti hanno mai insegnato altro modo per far sentire che ci sei, un modo diverso da questo stillare rosso che brucia come se non ci potesse mai aprire un varco, da nessuna parte, senza mietere qualche vittima.
Ti auguro di essere così, sempre: come una bocca mai chiusa, perché tanto anche se la bocca viene tappata la domanda resta sospesa quindi tanto vale non serrarla, così a braccia parte come lembi di una ferita, ma aperte per accogliere ciò che fa bene, non ciò che fa male.
Ti auguro di essere, in questo momento esatto della tua vita, come la pelle quando preme troppo forte contro qualcosa e così, per quanto sia elastica, a un certo punto non ce la fa più.
Ti auguro di essere arrivato al punto di rottura perché a volte pensiamo che le cose (tutte le cose) vadano preservate a tutti i costi ma le cose veramente forti si temprano di più se ne metti alla prova la tempra. E ciò che è (e ti rende) debole è bene si rompa, ché tanto non andrà del tutto perduto perché nulla si (crea e) distrugge. Tutto si trasforma.
Mi piacerebbe tanto se mi portassi con te nella tua trasformazione. Guardiamo insieme come?
 
Aspetta! Prima c’è per te una lettura propedeutica, anzi pure un’altra lettura da sbarramento e sbarellamento
Accidenti, c’è anche da leggere questa roba qua sulla scrittura che ti fa strappare i capelli e un’altra sui campi di concentrazione in cui si raccolgono litbox invece di cotone
 
Ok, puoi andare.
Ah, no, un attimo, qualora ti stesse ronzando in testa questa domanda, sì, parlo di un taglio. Vero. Quante licenze poetiche.
 
(altro…)

Cambia tutto in un baleno

cambia tutto in un baleno
“Un arcobaleno non è qualcosa di concreto che abbia esistenza effettiva in una porzione del cielo.”
Tieni in mano una di quelle matite gommose, morbide. Il medio e l’anulare la tengono ferma, perché si sta fermi per tanto tempo in un punto quando si è molto fedeli a una scelta o troppo mediocri per metterla in discussione e nel frattempo il pollice la piega. No, non è vero che ciò che conta è solo raggiungere lo scopo. Piegare questa matita con le dita non è lo stesso di piegarne un’altra, senza trucchi, rigida. Non è una vittoria reale. E neanche una vittoria che vedi solo tu. Non è niente. Si tratta solo di un arcobaleno che sarebbe potuto essere. Invece è stato solo un temporale.
“Si tratta solo di un fenomeno ottico la cui posizione apparente dipende dal punto in cui si trova l’osservatore e dalla posizione del sole.”
Ripensi a quella scena in cui lui chiede a un altro “ma se tu stessi con wonderwoman ti importerebbe se gli altri non la reputassero fantastica come la reputi tu?” e l’altro risponde che no, certo che no, chissenefrega degli altri, gli altri hanno torto marcio e io lo so. Bella,  che ci importa del mondo. Oh, ci importa eccome. Anche se tutto è effimero, tutto all fine ha un termine a prescindere da quanto sia stata violenta prima la tormenta. Ci importa eccome anche se star “bene” o “male” è in fondo talmente relativo che si riduce tutto a un “meglio” o “peggio”. Come un fascio di luce dentro un prisma di pessima fattura.
“La posizione di un arcobaleno nel cielo è sempre dalla parte opposta rispetto al sole e l’interno è sempre leggermente più luminoso dell’esterno.”
La matita ti scivola dalle mani e per terra inizia a rotolare. Sospinta dal vento. Pure tu sei sempre stato controvento. L’aria ti esplode in faccia e i capelli sono fuochi d’artificio, gli occhi stelle di natale, la pioggia ti sferza il viso con una violenza che ti fa pensare che finché continui a camminare nulla potrà frti troppo male. Ma non ti devi fermare. Non importa quanto fuori fa buio. Dentro sfavilla. O sfavillerà.
“Tutte le gocce di pioggia rifrangono la luce solare nello stesso modo, ma solo la luce di alcune di esse raggiunge l’occhio dell’osservatore.”
In fondo è vero, ogni cosa è continuamente illuminata. E tu sei una cosa non meno di altro. Sei una tazzina col manico rotto (come la tazzina di quella storiella per bambini che hai inventato) e sei un piatto sbeccato e sei una camera spoglia e una vetrinetta del ‘500 usurata dal tempo. Ogni cosa intorno a te è investita di luce. Eppure tu non vedi tutto. E ogni persona intorno a te ha, a modo suo, l’occasione di splendere. Ma solo qualcuno viene visto da brillare dagli altri. E solo pochissimi da tutti quelli che vorrebbero. O almeno da quelli che davvero vorrebbero.
“Questa luce è quella che costituisce l’arcobaleno per quel determinato osservatore.”
Ti alzi dalla sedia per raccogliere la matita. Provi a cambiare angolazione perché quando sei un arcobaleno l’angolazione è proprio fondamentale. Tu preferisci sempre rischiare le vertigini che dover costantemente alzare il naso in su. Del resto non solo hai tante frecce. Hai 7 archi dalla tua.
(altro…)

Donne, vodka e gulag (in cui si impacchettano LITBOX)

litbox
C’era una volta Indaco. Non l’aveva scelto lui di essere Indaco. Lo era e basta. Anche se non sempre gli piaceva. Perché era faticoso restare spesso in bilico, sulla punta della lingua, una ballerina che fa la spaccata per toccare con i piedi gli estremi di quel muscolo che in bocca nuota e serpeggia e accarezza la rossa lucentezza delle guance, all’interno, e sbatte contro le perle avana dei denti e non è mai del tutto libre come Cuba anche se si muove eccome per scandire le parole.
Era ciò che era e non avrebbe potuto essere nient’altro. Per questo cercava di non mentire su ciò che era. Perché come puoi mentire su ciò che sei quando ciò che sei è tutto ciò che hai? Così lui aveva ormai smesso di desiderare di essere altro da sé. Aveva accettato di venire a volte confuso, a volte non ben identificato. Mentre tutti nell’arcobaleno identificavano perfettamente il rosso che scoperchiava loro gli occhi e, intenso, colpiva le loro iridi come un istrice che ha perso la ragione e non sa più a che causa, distruttiva, votarsi. E poi l’arancione e il giallo, tutto quel sole che si levava alto in cielo e poi tramontava e rotolava sui prati del verde, come se bastasse un lenzuolo d’erba per seppellire i cadaveri dei germogli abortiti e poi il blu, come se bastasse l’oceano per annegare i gorgoglii dei sogni che non si era mai neanche desiderato partorire.
Qualche volta dicono a Indaco che forse, lui, in effetti non esiste. Un errore di valutazione, uno slancio maggiore intravisto a cavallo tra un colore e un altro colore. Qualche volta gli dicono che forse lui non è esattamente qualcosa ma è un ponte gettato tra due cose che sono vicine eppure lontane. Qualche volta gli dicono che anche ammesso esista nessuno sa bene come rappresentarlo e ciò che nessuno riesce bene a vedere è come se non esistesse. Ma Indaco sa che se lui è un ponte tra due cose allora significa che esiste eccome. Perché siamo quasi sempre più di una cosa e spesso anche più di una per volta. Indaco sa anche che ogni talento è a modo suo un’anomalia, un’alterazione della normalità. Perché la normalità, presunta, è un appiattimento che non è più reale del disegnare una pianura come una linea retta: abbiamo più buche e vette dentro di noi di quante ne possa sognare la nostra filosofia.
Indaco sei tu.
Che leggi.
E che continuerai a leggere questo post.

(altro…)

Scrittura stempata

scrittori stempati

– Trovami un modo semplice per uscirne.
– Smetti di essere quello che sei.
– E questo ti sembra un modo semplice?
Nulla è più semplice del non essere ciò che si è quando non si è mai osato esserlo davvero.

(Ho 7 cose per te. Ma per te TE. Per il vero TE. Non per quello che ti hanno convinto di/hai provato a/hai finto di/credi le circostanze ti abbiano convinto a/ essere. Per TE. Solo per TE. E per tutte le altre centordici persone che ti abitano dentro)
(altro…)

Come diventare bravi da paura scrivendo (in un blog emergente)

come diventare bravi da paura scrivendo (in un blog emergente)
Ho bisogno di tre cose da te. Non mi servi tutto perché tutto neanche tu stesso ti possiedi, perché hai perso frammenti di te sulla panchina dei tuoi dodici anni o sui sassi contro cui hai sbattuto le ginocchia e perché qualcosa ancora di te fiammeggia dentro gli occhi di altri che hai fissato con occhi fiammeggianti e perché le tue cellule morte hanno vissuto nuove, insospettabili, vite lasciate a marcir in luoghi bui ma con in alto sbocchi insospettati diretti alle stelle.
Ho bisogno dei tuoi occhi. Non per troppo, giusto per il tempo necessario a leggere quello che io sto scrivendo. Io lo sto scrivendo adesso mentre tu lo leggerai tra un po’ e in questo lasso di tempo che mi separa da te tu sarai diverso da quello che sei adesso che io scrivo e io sarò diversa da quella che sono adesso che scrivo eppure faremo finta di somigliare a ciò che eravamo ancora abbastanza da odiare o amare ciò che leggiamo come avremmo odiato e amato prima, o dopo. Punti di vista. Ho bisogno tu mi guardi, quindi.
Ho bisogno di pietà. Non nel senso odierno, ho bisogno di un po’ di quella pietas cieca che ci ha fatto odiare Enea (non quell’ Enea, un Enea che ho conosciuto in un’altra vita, ma l’Enea del buon Virgilio). Ho bisogno tu ti fidi di me abbastanza da andare fino in fondo. E non solo. Ho bisogno tu ti fidi di me abbastanza da leggere anche oltre ciò che scritto e da scrivermi ciò che ciò che non è scritto ti suggerisce di scrivermi.
Ho bisogno di tempo. Abbiamo tutti di tempo ma non lo capiamo e lo diamo nelle mani sbagliate e lo scambiamo per cose inadeguate e lo dimentichiamo dentro le borse come le caramelle che non ci piacciono ma che ci ha regalato qualcuno che un po’ ci piace e allora ci dispiace buttarle via. Abbiamo tutti bisogno di tempo eppure quando non sappiamo come impiegarlo o pensiamo di non poterlo impiegare come vorremmo ci sembra un morbo incistato che va ucciso, disciolto nell’acido dei pomeriggi che proprio non siamo riusciti a digerire.
Ho bisogno tu ti legga tra queste righe e legga dentro te cosa c’è scritto a ogni voce.
(altro…)

Duty free

duty free

Fotografia di Ren Hang, scoperta qua:
http://www.artwort.com/2015/05/13/fotografia/ren-hang/


C’è questa storia che no, non so se è esattamente una storia, è più un racconto di una storia, di una stori(ell)a con una sua morale, è più una di quelle frasi che fa effetto, solo che non è proprio una frase, è più un periodo, sarà che è un periodo che non sto troppo bene, come se si potesse stare troppo bene, come se funzionasse come funziona per lo stare troppo male e quindi, dicevo, non so esattamente cosa sia questa cosa che ti sto dicendo ma so che a me l’hanno detta mentre il legno premeva contro il ginocchio o forse era il ginocchio che premeva contro il legno, perché il legno era lì da prima, il legno era sempre stato fermo. Come te che sei il mare e io sono il sole e tu lo sai che ho caldo, così caldo che qualcosa dentro di me ogni secondo muore, ma non ci pensi nemmeno a scivolarmi addosso col sale che erode i raggi di questa bicicletta che non ho mai saputo guidare. Tu no, tu resti fermo e io sto per venirti addosso, inchiodo, poi mi arrendo e mi inabisso. Quindi, c’è questa storia che dice che quando due cuori sono lontani sono, appunto, lontani e allora è così difficile per loro sentirsi che per potersi parlare devono urlare. Così se tu adesso sei arrabbiato con me, non so bene perché, ho ancora lingue di stalattiti abortite sulla pelle e interi quadrati rossi e dolenti come se tu fossi la flogosi e io l’ospite della tua infezione, ecco, se tu sei arrabbiato con me urli perché il tuo cuore lo hai preso e lo hai spostato, ti sei fatto posto tra le coste, magari, hai divaricato lo sterno con preoccupante flemma e hai lasciato che i suoi stessi battiti fossero la spinta capace di portarlo dolorosamente lontano da qua. Smettila di interrompermi non dicendo niente. C’è questa storia che parla di urla e di cuori e c’è questo cuore inciso sulla panca che in effetti non sono certa sia un cuore ma appena l’ho visto ho pensato a un cuore. Sarà che ci piace completare le cose con la nostra immaginazione affinché somiglino a ciò che vorremmo fossero. La storia continua parlando dei cuori che vicini sono così vicini che possono parlare al volume a cui senti parlare se poggi l’orecchio contro la porta, ti ci metti d’impegno e provi a sentire quelli che nella stanza accanto si stanno limitando non già a gridare ma solo a parlare. Insomma, un parlare come con la bocca riempita di ovatta, forse sono una bambola e ho cotone dentro il petto, sotto la carne, che non sarà carne, delle braccia, dentro la pancia, boccheggio e l’aria dalle mie labbra fila via come zucchero filato. Mi piaci perché non mi hai mai imposto niente. A parte la tua presenza, le porte che sbattono a mezzanotte, gli sguardi lunghi come le gambe di quella ragazza che correva a piedi nudi sull’asfalto ed era agosto e tu le hai guardato le gambe e io ti ho guardato guardarla mentre lei guardava un altro e ho guardato se lei, lei l’altra, non la ragazza, ti avesse visto guardarla e ho pensato che tutto sommato andava bene così. Andava così bene perché finalmente non andava bene niente. E non ho urlato, non ho preso quel pugno di sangue che cola e sbuffa e si arresta giusto il tempo di prendere fiato per sé, sono rimasta vicina ma non troppo, dietro la porta, che è una vetrata, non sai che ho una porta che mi separa da te quando abbassi le imposte e io mi  impongo di non fare rumore perché hai il cuore con le cuffie quando si tratta di ascoltarmi ma poi quello stesso cuore è un pipistrello che sente gli ultrasuoni e tu sei un vampiro e domani dimenticherai il suono che fa un braccio quando ci si affonda dentro, epidermide, strato corneo, granuloso, spinoso, basale, derma, vasi sanguigni, nervi, e prima le cellule che ti colorano la pelle. E sei di tutti i colori mentre ti racconto questa storia e ti chiedo di smetterla di urlare.
(altro…)

Scrivere è da conigli

scrivere è da conigli
Mi piace quando sanguini e sei come i cieli in rovina che si vanno a nascondere dietro le montagne perché pensano che ancora qualcuno ci starebbe male se li vedesse scivolare e strisciare e schiantarsi e trascinare la lingua infuocata tra i denti e bruciare il palato lasciando la pelle, brandelli di pelle, come tende, squarciate, pur di non guardare dentro.
Mi piace quando sanguini e sei come i tramonti tramortiti sotto il peso di certi occhi, aperti, in certe notti coi ritmi serrati e le finestre sprangate e le sue braccia strette ai tuoi fianchi.
Mi piace quando sanguini e dici che non è niente, che non è importante, che non è vero che ogni goccia che stilli da te la lasci invecchiare dentro le siringhe sottili delle penne a sfera e non ti interessa se per vedere che fine il tuo sangue farà non c’è cristallo che tenga.
Ti ho promesso che ti avrei portato a ballare con me mentre i moscerini con gli occhi rossi si lasciano consacrare all’immortalità della genetica e tu scopri che  non sai esattamente cos’è che ti fa somigliare a me ma deve esserci una mutazione identica, un codone che fa da cordone. Ombelicale.  Mentre fissare i cerchi neri intorno agli occhi ti fa cedere le gambe e il ventre brulica di farfalle che, annoiate, vogliono tornare vermi.
Prendi la mia mano, se scrivere non ti ha lasciato esausto, e scendi con me dietro le quinte che sono anche sotterranei (o, per l’inferno personale dei personaggi, soffitte e cieli stellati).
(altro…)

Come diventare autore di un blog banale

unblogbanaleincercadautore
Scaviamo nelle origini. Dai che è divertente. Banale è ciò che è concesso in uso alla comunità o alla comunità è appartenente. Quindi è “banale” ciò che è comune a tutto il tuo villaggio. Virtuale. Di lettori.
E in effetti questo post è nato leggendo. Leggendo come creare un blog di successo di Riccardo Esposito e poi lasciando un commento e ancora leggendo. Insomma, interagendo. Facendo quella cosa incredibile che si chiama “leggere con attenzione le altrui parole, poi dire la propria opinione e ancora leggere le risposte, confrontarsi, parlare di cose intelligenti leggendo sempre tra le righe. Proprie e altrui”.
(altro…)