
Da quando è iniziato il Calamorso e sono spuntati nella mia casella email i primi trenini di racconti diretti al Calamoquio, per introdurre ogni racconto che ho postato io stessa ho arterializzato la mia vena creativa e ho lasciato sgorgare un po’ di inchiostro. Anche per questo racconto avrei fatto lo stesso, per esempio dicendo che i treni sono quelle cose che a volte, soprattutto quando dei binari si incontrano e certe tratte si toccano e il mondo le chiama coincidenze, ecco, dicendo che a volte i treni sono quelle cose che ci mettono di fronte a imprescinbidili bivii. E che questi bivii a volte si chiamano “chiuderegliocchieviverenellamenzogna” e “apriregliocchieguardarelaveritàanchesefamale. E avrei parlato anche di come per fuggire non sia sufficiente cambiare il cielo sopra di sé. Occorre cambiare qualcosa dentro di sé (e se lo diceva Seneca…) Ecco, avrei scritto qualcosa così (“Cesare taccio” docet), ma l’autore/autrice (ennò, mi spiace, ancora mancano 9 giorni alla chiusura del Calamorso e solo allora saranno svelate le identità degli autori) mi ha inviato insieme al suo scritto delle righe che non posso fare a meno di pubblicare.
“Questo testo nasce da un momento d’ispirazione colto al volo, salendo su un treno che son contento di aver preso anche se mi avrà fatto dormire un po’ meno, ma mi ha regalato una nuova esperienza indimenticabile e da condividere con amici e parenti.
voglio ringraziarti, Monia Papa, per avermi dato la possibilità di scrivere questa storia di getto senza sosta e senza modifiche, tutta d’un fiato dalle ore 00:30 alle ore 03:41 – qualcosa che non facevo da tempo, ma che adesso mi ha portato sopra un nuovo livello che scrittura creativa che non credevo di avere – e la realtà più emozionante sta nel fatto che neanche io conoscevo l’avanzare degli eventi di questa storia, dato che sono stati un crescendo, uno dopo l’altro man mano che la stesura del manoscritto andava avanti.”
E adesso, con calma, goditi il quinto racconto partecipante al Calamorso.