Lettera aperta al te stesso che eri

racconto

Ehi,
chi parla, per quanto piano, vuole comunque essere sentito. Io invece ti scrivo perché voglio solo essere ascoltata. Lo sai che quel gradino dove adesso stai appoggiando la schiena imparerà il nome delle tue coste e di chi te le farà fremere in un sussulto? Un giorno su queste stesse scale ti siederai con indosso i jeans che hanno resistito alle presse dei baci e all’alienazione delle chiamate lunghe ore come i loro illustri predecessori hanno resistito alle fabbriche e ai tappi da avvitare, sempre uguali. Avrai quegli occhi troppo grandi che metti su quando la luce non ti basta e alla tua amica andrà di traverso l’insalata per quella notizia inaspettata. Lo sai che a un certo punto non succederà che sarai esattamente come fantastichi? Hai letto bene, Non. Perché nessun punto della vita ha questo potere di infilarti dentro una fonte miracolosa e tirartene fuori nuovo di zecca, come una versione riveduta e corretta di quel lago di quel film strano. Lo hai già visto questo film? Un giorno lo racconterai spezzandoti l’unghia dell’anulare destro con il canino sinistro e ti sentirai così profondamente la persona sbagliata nel posto sbagliato da sognare soltanto questo gradino in questo posto per poterti sedere e tornare a respirare. Scusa se ti rubo il vezzo di scrivere. Ma è tanto tuo quanto mio. Anzi è più mio perché io è da più tempo che me lo porto addosso come si fa con un morso che quando è inverno puoi nascondere, con le dita tiri giù la manica, come quella volta che sul polso avevi scritto il nome di lui e non importa quanto a lui piacessi tu: a lei piaceva lui e tu a lei volevi troppo bene per ferirla. Ok, scusa anche questo, non hai ancora imparato a non tergiversare. Ora però slaccia le gambe, mettiti comoda sì ma pronta a fuggire se quello che stai per ascoltare dovesse farti troppo male. Nessuno viene mai dal futuro a darti le istruzioni per l’uso. Ma forse a volte sì.

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L’imperdibile referendum dei gattiny da best seller

gattiny

Il punto è che siamo una repubblica.

Una repubblica fondata su cosa?

Sulle cose nel nostro manifesto, per esempio.

Tipo sulla porporina e sui mostri e sul #fattoremagenta?

Eh. E sul gelato e sugli unicorni e sugli arcobaleni e sulle somministrazioni endovena e sulle parole, una miriade di parole, e sulla felicità im-possibile e su ciò che è carino e atterrente e…

E sui gattiny che conquisteranno il mondo scrivendo romanzi da milioni di copie solo con qualche meow e le loro instagram-foto?

Stiamo diventando un regno grande in effetti. Serve un referendum.

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Centordici cose da fare prima che muoia luglio

mi sento soffocare, annegare, non so nuotare

Luglio è il mese più crudele.

Ma non era novembre?

Aprile. Perché parlate se non sapete le cose? Il mese più crudele è aprile.

A me è sempre stato sullo stomaco Maggio.

Guarda che i mesi si scrivono con la minuscola.

Ma come fai a sapere con che lettera lo avrebbe scritto se stiamo parlando?

Il tono. Ma come può capire il tono gente che pensa che il mese più crudele sia luglio.

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La genetica dei supereroi

la genetica dei supereroi
La mitosi è un momento catartico perché la cellula è lì, tu la vedi, in tutto il suo splendore cellulare, poi si assottiglia, diventa come un filo, affilata come le parole quando vogliono fendere il silenzio, le parole infilate tra i denti e le gengive sanguinano e hai sempre uno smalto bellissimo anche da quando non te lo rovino più. Ed è tanto più bella quanto più da essa (la cellula) e grazie a essa (la mitosi) si ottengono due cellule figlie identiche alla madre. Lasci che qualcosa nasca da te a patto che sia qualcosa di autonomo. Che non debba sempre pagare lo scotto di essere derivato da te, che non porti come una croce, come una tara, il suo corredo dimezzato.

La mitosi siamo noi.

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Certe storie sono come un barbiturico

20th May 1936:  An example of a wire cage which a council in London propose to fix to the outside of their tenement windows, so that babies can benefit from fresh air and sunshine.  (Photo by Norman Smith/Fox Photos/Getty Images)

20th May 1936: An example of a wire cage which a council in London propose to fix to the outside of their tenement windows, so that babies can benefit from fresh air and sunshine. (Photo by Norman Smith/Fox Photos/Getty Images)

“Con i ragazzi carini” dice Brandy “di solito è meglio usare i barbiturici”

Il tiopental è un tiobarbiturico che sembra un lampo o una folgorazione o uno schiaffo in piena faccia quando meno te l’aspetti (ammesso che ci si possa mai aspettare uno schiaffo in piena faccia). Perché il tiopental dà ipnosi immediata. Ma breve.
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Donne, vodka e gulag (in cui si impacchettano LITBOX)

litbox
C’era una volta Indaco. Non l’aveva scelto lui di essere Indaco. Lo era e basta. Anche se non sempre gli piaceva. Perché era faticoso restare spesso in bilico, sulla punta della lingua, una ballerina che fa la spaccata per toccare con i piedi gli estremi di quel muscolo che in bocca nuota e serpeggia e accarezza la rossa lucentezza delle guance, all’interno, e sbatte contro le perle avana dei denti e non è mai del tutto libre come Cuba anche se si muove eccome per scandire le parole.
Era ciò che era e non avrebbe potuto essere nient’altro. Per questo cercava di non mentire su ciò che era. Perché come puoi mentire su ciò che sei quando ciò che sei è tutto ciò che hai? Così lui aveva ormai smesso di desiderare di essere altro da sé. Aveva accettato di venire a volte confuso, a volte non ben identificato. Mentre tutti nell’arcobaleno identificavano perfettamente il rosso che scoperchiava loro gli occhi e, intenso, colpiva le loro iridi come un istrice che ha perso la ragione e non sa più a che causa, distruttiva, votarsi. E poi l’arancione e il giallo, tutto quel sole che si levava alto in cielo e poi tramontava e rotolava sui prati del verde, come se bastasse un lenzuolo d’erba per seppellire i cadaveri dei germogli abortiti e poi il blu, come se bastasse l’oceano per annegare i gorgoglii dei sogni che non si era mai neanche desiderato partorire.
Qualche volta dicono a Indaco che forse, lui, in effetti non esiste. Un errore di valutazione, uno slancio maggiore intravisto a cavallo tra un colore e un altro colore. Qualche volta gli dicono che forse lui non è esattamente qualcosa ma è un ponte gettato tra due cose che sono vicine eppure lontane. Qualche volta gli dicono che anche ammesso esista nessuno sa bene come rappresentarlo e ciò che nessuno riesce bene a vedere è come se non esistesse. Ma Indaco sa che se lui è un ponte tra due cose allora significa che esiste eccome. Perché siamo quasi sempre più di una cosa e spesso anche più di una per volta. Indaco sa anche che ogni talento è a modo suo un’anomalia, un’alterazione della normalità. Perché la normalità, presunta, è un appiattimento che non è più reale del disegnare una pianura come una linea retta: abbiamo più buche e vette dentro di noi di quante ne possa sognare la nostra filosofia.
Indaco sei tu.
Che leggi.
E che continuerai a leggere questo post.

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