Scrittura stempata

scrittori stempati

– Trovami un modo semplice per uscirne.
– Smetti di essere quello che sei.
– E questo ti sembra un modo semplice?
Nulla è più semplice del non essere ciò che si è quando non si è mai osato esserlo davvero.

(Ho 7 cose per te. Ma per te TE. Per il vero TE. Non per quello che ti hanno convinto di/hai provato a/hai finto di/credi le circostanze ti abbiano convinto a/ essere. Per TE. Solo per TE. E per tutte le altre centordici persone che ti abitano dentro)
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Duty free

duty free

Fotografia di Ren Hang, scoperta qua:
http://www.artwort.com/2015/05/13/fotografia/ren-hang/


C’è questa storia che no, non so se è esattamente una storia, è più un racconto di una storia, di una stori(ell)a con una sua morale, è più una di quelle frasi che fa effetto, solo che non è proprio una frase, è più un periodo, sarà che è un periodo che non sto troppo bene, come se si potesse stare troppo bene, come se funzionasse come funziona per lo stare troppo male e quindi, dicevo, non so esattamente cosa sia questa cosa che ti sto dicendo ma so che a me l’hanno detta mentre il legno premeva contro il ginocchio o forse era il ginocchio che premeva contro il legno, perché il legno era lì da prima, il legno era sempre stato fermo. Come te che sei il mare e io sono il sole e tu lo sai che ho caldo, così caldo che qualcosa dentro di me ogni secondo muore, ma non ci pensi nemmeno a scivolarmi addosso col sale che erode i raggi di questa bicicletta che non ho mai saputo guidare. Tu no, tu resti fermo e io sto per venirti addosso, inchiodo, poi mi arrendo e mi inabisso. Quindi, c’è questa storia che dice che quando due cuori sono lontani sono, appunto, lontani e allora è così difficile per loro sentirsi che per potersi parlare devono urlare. Così se tu adesso sei arrabbiato con me, non so bene perché, ho ancora lingue di stalattiti abortite sulla pelle e interi quadrati rossi e dolenti come se tu fossi la flogosi e io l’ospite della tua infezione, ecco, se tu sei arrabbiato con me urli perché il tuo cuore lo hai preso e lo hai spostato, ti sei fatto posto tra le coste, magari, hai divaricato lo sterno con preoccupante flemma e hai lasciato che i suoi stessi battiti fossero la spinta capace di portarlo dolorosamente lontano da qua. Smettila di interrompermi non dicendo niente. C’è questa storia che parla di urla e di cuori e c’è questo cuore inciso sulla panca che in effetti non sono certa sia un cuore ma appena l’ho visto ho pensato a un cuore. Sarà che ci piace completare le cose con la nostra immaginazione affinché somiglino a ciò che vorremmo fossero. La storia continua parlando dei cuori che vicini sono così vicini che possono parlare al volume a cui senti parlare se poggi l’orecchio contro la porta, ti ci metti d’impegno e provi a sentire quelli che nella stanza accanto si stanno limitando non già a gridare ma solo a parlare. Insomma, un parlare come con la bocca riempita di ovatta, forse sono una bambola e ho cotone dentro il petto, sotto la carne, che non sarà carne, delle braccia, dentro la pancia, boccheggio e l’aria dalle mie labbra fila via come zucchero filato. Mi piaci perché non mi hai mai imposto niente. A parte la tua presenza, le porte che sbattono a mezzanotte, gli sguardi lunghi come le gambe di quella ragazza che correva a piedi nudi sull’asfalto ed era agosto e tu le hai guardato le gambe e io ti ho guardato guardarla mentre lei guardava un altro e ho guardato se lei, lei l’altra, non la ragazza, ti avesse visto guardarla e ho pensato che tutto sommato andava bene così. Andava così bene perché finalmente non andava bene niente. E non ho urlato, non ho preso quel pugno di sangue che cola e sbuffa e si arresta giusto il tempo di prendere fiato per sé, sono rimasta vicina ma non troppo, dietro la porta, che è una vetrata, non sai che ho una porta che mi separa da te quando abbassi le imposte e io mi  impongo di non fare rumore perché hai il cuore con le cuffie quando si tratta di ascoltarmi ma poi quello stesso cuore è un pipistrello che sente gli ultrasuoni e tu sei un vampiro e domani dimenticherai il suono che fa un braccio quando ci si affonda dentro, epidermide, strato corneo, granuloso, spinoso, basale, derma, vasi sanguigni, nervi, e prima le cellule che ti colorano la pelle. E sei di tutti i colori mentre ti racconto questa storia e ti chiedo di smetterla di urlare.
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Scrivere è da conigli

scrivere è da conigli
Mi piace quando sanguini e sei come i cieli in rovina che si vanno a nascondere dietro le montagne perché pensano che ancora qualcuno ci starebbe male se li vedesse scivolare e strisciare e schiantarsi e trascinare la lingua infuocata tra i denti e bruciare il palato lasciando la pelle, brandelli di pelle, come tende, squarciate, pur di non guardare dentro.
Mi piace quando sanguini e sei come i tramonti tramortiti sotto il peso di certi occhi, aperti, in certe notti coi ritmi serrati e le finestre sprangate e le sue braccia strette ai tuoi fianchi.
Mi piace quando sanguini e dici che non è niente, che non è importante, che non è vero che ogni goccia che stilli da te la lasci invecchiare dentro le siringhe sottili delle penne a sfera e non ti interessa se per vedere che fine il tuo sangue farà non c’è cristallo che tenga.
Ti ho promesso che ti avrei portato a ballare con me mentre i moscerini con gli occhi rossi si lasciano consacrare all’immortalità della genetica e tu scopri che  non sai esattamente cos’è che ti fa somigliare a me ma deve esserci una mutazione identica, un codone che fa da cordone. Ombelicale.  Mentre fissare i cerchi neri intorno agli occhi ti fa cedere le gambe e il ventre brulica di farfalle che, annoiate, vogliono tornare vermi.
Prendi la mia mano, se scrivere non ti ha lasciato esausto, e scendi con me dietro le quinte che sono anche sotterranei (o, per l’inferno personale dei personaggi, soffitte e cieli stellati).
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