Lettera a un libro mai scritto

i libri sono come le stelle

I libri non cadono dal cielo. Anche se a volte sembra ce l’abbiano dentro, il cielo. E non li porta nemmeno la cicogna. Lo sai, vero? Così, anche se a volte ti senti un pollo a non scrivere, poi ti chiedi se “quel libro che hai dentro” non stia meglio sotto terra, sepolto dalle macerie di “mi piacerebbe ma non ci riesco”, invece che sotto un cavolo. Pronto per essere dato in pasto a lettori a cui di lui non importa un cavolo.

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Lettera aperta al te stesso che eri

racconto

Ehi,
chi parla, per quanto piano, vuole comunque essere sentito. Io invece ti scrivo perché voglio solo essere ascoltata. Lo sai che quel gradino dove adesso stai appoggiando la schiena imparerà il nome delle tue coste e di chi te le farà fremere in un sussulto? Un giorno su queste stesse scale ti siederai con indosso i jeans che hanno resistito alle presse dei baci e all’alienazione delle chiamate lunghe ore come i loro illustri predecessori hanno resistito alle fabbriche e ai tappi da avvitare, sempre uguali. Avrai quegli occhi troppo grandi che metti su quando la luce non ti basta e alla tua amica andrà di traverso l’insalata per quella notizia inaspettata. Lo sai che a un certo punto non succederà che sarai esattamente come fantastichi? Hai letto bene, Non. Perché nessun punto della vita ha questo potere di infilarti dentro una fonte miracolosa e tirartene fuori nuovo di zecca, come una versione riveduta e corretta di quel lago di quel film strano. Lo hai già visto questo film? Un giorno lo racconterai spezzandoti l’unghia dell’anulare destro con il canino sinistro e ti sentirai così profondamente la persona sbagliata nel posto sbagliato da sognare soltanto questo gradino in questo posto per poterti sedere e tornare a respirare. Scusa se ti rubo il vezzo di scrivere. Ma è tanto tuo quanto mio. Anzi è più mio perché io è da più tempo che me lo porto addosso come si fa con un morso che quando è inverno puoi nascondere, con le dita tiri giù la manica, come quella volta che sul polso avevi scritto il nome di lui e non importa quanto a lui piacessi tu: a lei piaceva lui e tu a lei volevi troppo bene per ferirla. Ok, scusa anche questo, non hai ancora imparato a non tergiversare. Ora però slaccia le gambe, mettiti comoda sì ma pronta a fuggire se quello che stai per ascoltare dovesse farti troppo male. Nessuno viene mai dal futuro a darti le istruzioni per l’uso. Ma forse a volte sì.

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Espresso

I nostri risvegli condivisi li hanno seppelliti ancora agonizzanti. I binari morti dormono su tragitti in puerperio e sfavillanti. Scissi ricomponiamo d’altre culle i pezzi. Ma c’è una verità non osi pronunciare: Ci siamo affezionati agli inizi. E no, non possiamo cambiare. Hai presente quel mal di testa che non Leggi tutto

Duty free

duty free

Fotografia di Ren Hang, scoperta qua:
http://www.artwort.com/2015/05/13/fotografia/ren-hang/


C’è questa storia che no, non so se è esattamente una storia, è più un racconto di una storia, di una stori(ell)a con una sua morale, è più una di quelle frasi che fa effetto, solo che non è proprio una frase, è più un periodo, sarà che è un periodo che non sto troppo bene, come se si potesse stare troppo bene, come se funzionasse come funziona per lo stare troppo male e quindi, dicevo, non so esattamente cosa sia questa cosa che ti sto dicendo ma so che a me l’hanno detta mentre il legno premeva contro il ginocchio o forse era il ginocchio che premeva contro il legno, perché il legno era lì da prima, il legno era sempre stato fermo. Come te che sei il mare e io sono il sole e tu lo sai che ho caldo, così caldo che qualcosa dentro di me ogni secondo muore, ma non ci pensi nemmeno a scivolarmi addosso col sale che erode i raggi di questa bicicletta che non ho mai saputo guidare. Tu no, tu resti fermo e io sto per venirti addosso, inchiodo, poi mi arrendo e mi inabisso. Quindi, c’è questa storia che dice che quando due cuori sono lontani sono, appunto, lontani e allora è così difficile per loro sentirsi che per potersi parlare devono urlare. Così se tu adesso sei arrabbiato con me, non so bene perché, ho ancora lingue di stalattiti abortite sulla pelle e interi quadrati rossi e dolenti come se tu fossi la flogosi e io l’ospite della tua infezione, ecco, se tu sei arrabbiato con me urli perché il tuo cuore lo hai preso e lo hai spostato, ti sei fatto posto tra le coste, magari, hai divaricato lo sterno con preoccupante flemma e hai lasciato che i suoi stessi battiti fossero la spinta capace di portarlo dolorosamente lontano da qua. Smettila di interrompermi non dicendo niente. C’è questa storia che parla di urla e di cuori e c’è questo cuore inciso sulla panca che in effetti non sono certa sia un cuore ma appena l’ho visto ho pensato a un cuore. Sarà che ci piace completare le cose con la nostra immaginazione affinché somiglino a ciò che vorremmo fossero. La storia continua parlando dei cuori che vicini sono così vicini che possono parlare al volume a cui senti parlare se poggi l’orecchio contro la porta, ti ci metti d’impegno e provi a sentire quelli che nella stanza accanto si stanno limitando non già a gridare ma solo a parlare. Insomma, un parlare come con la bocca riempita di ovatta, forse sono una bambola e ho cotone dentro il petto, sotto la carne, che non sarà carne, delle braccia, dentro la pancia, boccheggio e l’aria dalle mie labbra fila via come zucchero filato. Mi piaci perché non mi hai mai imposto niente. A parte la tua presenza, le porte che sbattono a mezzanotte, gli sguardi lunghi come le gambe di quella ragazza che correva a piedi nudi sull’asfalto ed era agosto e tu le hai guardato le gambe e io ti ho guardato guardarla mentre lei guardava un altro e ho guardato se lei, lei l’altra, non la ragazza, ti avesse visto guardarla e ho pensato che tutto sommato andava bene così. Andava così bene perché finalmente non andava bene niente. E non ho urlato, non ho preso quel pugno di sangue che cola e sbuffa e si arresta giusto il tempo di prendere fiato per sé, sono rimasta vicina ma non troppo, dietro la porta, che è una vetrata, non sai che ho una porta che mi separa da te quando abbassi le imposte e io mi  impongo di non fare rumore perché hai il cuore con le cuffie quando si tratta di ascoltarmi ma poi quello stesso cuore è un pipistrello che sente gli ultrasuoni e tu sei un vampiro e domani dimenticherai il suono che fa un braccio quando ci si affonda dentro, epidermide, strato corneo, granuloso, spinoso, basale, derma, vasi sanguigni, nervi, e prima le cellule che ti colorano la pelle. E sei di tutti i colori mentre ti racconto questa storia e ti chiedo di smetterla di urlare.
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