Ma cosa ti sei messo in test?

  Se la mia testa fosse una giostra in questo momento invece di cavallini di plastica e piccole astronavi e tazze volanti ci sarebbero farmaci. Farmaci e farmaci e farmaci. Così, dato che scrivere è anche curare e curarsi, sono nate quattro Calamelle. Per te, caro Calamista, che sei curioso Leggi tutto

Produzione seriale di blog stellati

per aspera ad astra loui jover ragazza galattica
Faccio sogni bellissimi in questi giorni. Non sempre canonicamente bellissimi ma belli nella loro complessità. Belli nel loro essere strampalati e a volte sofferti. Belli nei loro lustrini splendenti che sono così splendenti che a volte non ti accorgi subito che sono appicicati a rovine, a resti. La bellezza dell’eccezione anche quando essa è difficile, impervia, pericolosa a modo suo. Una bellezza mostruosa. Quella di cui ci lasciamo defraudare ogni volta che ci acco(r)diamo. I supereroi con le loro aberrazioni cromosomiche. Le scapole di Skellig con le sue ali di primavera e aspirina. La cronoalterazione che fa scorrere per te il tempo in un modo tutto tuo. Le ali enormi di un signore solitario. Tutte le vittorie senza testa ma con un corpo magnifico. Le scarpe consumate per i bei viaggi.

Vuoi davvero scrivere per raggiungere un “successo preconfezionato”?

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Scrittura in erba (come, a partire da una pianta, creare una foresta)

scrittori in erba
Le carote e le patate sono interessanti perché crescono sotto terra. Così magari tu passi di lì e neanche ti accorgi della loro presenza. Eppure loro sono già lì. Esistono, eccome se esistono.
Lo stesso accade dentro di te.
Non importa se ancora non hai scritto davvero, se tutte le bozze sono accatastate nella tua testa e formano un mucchio su cui anche i sogni se ne stanno a dormicchiare. Anche se resti all’ombra di alberi antichi che non hai il coraggio di sdradicare anche quando andrebbe fatto, anche se resti rintanato in un angolo, anche se non sei (ancora) venuto alla luce, non importa. Le tue parole stanno crescendo nel sottosuolo come le memorie e un giorno ti ricorderai di questo momento e forse ti pentirai molto di più delle parole che non hai lasciato sbocciare che di quelle che hai detto.
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Avere un blog è semplice

bread
Stamattina pensavo ai valori delle analisi del sangue.
Ci sono valori normali, alti, bassi e all’interno della normalità c’è la normalità che sfiora le vette e quella che sfiora gli abissi. I valori vanno interpretati. Lo sappiamo perché lo facciamo continuamente. Esiste in ogni cosa un valore che appartiene alla cosa in sé. La glicemia è alta? La glicemia è alta. Esistono dei parametri che ci dicono che è alta. Ma magari ci sono delle variabili che ci permettono di guardare questo valore sotto una luce diversa. O magari non ci sono “giustificazioni” al fatto che sia alta ma prima era ancora più alta e allora in qualche modo abbiamo raggiunto un obiettivo, per quanto piccolo, per quanto sia pur sempre una sconfitta per chi è nel range della normalità.
Vivere è bucarsi continuamente il braccio e analizzare il sangue.
E bloggare è come vivere.
Quindi bloggare è come essere costantemente sotto esame. 
Ma non essere sotto esame su qualcosa su cui possiamo barare.
Non ci sono domande a risposta multipla, non si possono nascondere gli appunti nell’astuccio, non possiamo tirare a indovinare. La vita mette alla prova ciò che siamo intimamente. E chi ci legge fa lo stesso. Chi ci legge legge le nostre cellule senza nucleo e non possiamo falsificare nulla.
Blogghiamo per quello che siamo.
E se non lo facciamo prima o poi salta fuori. Come se scambiassimo i campioni di sangue. Gli inganni durano così poco, ragazzi.
Qui niente trucchi, niente inganni e oggi anche niente complicazioni.
Stai per leggere un post semplice.
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La vita è una pizza (e altre cose buone di pessimo gusto)

la vita è una pizza
“Te la taglio io la pizza, dài”
(lo so che su “dai” l’accento non è obbligatorio ma ultimamente mi piace così tanto metterlo. Che poi, in fondo, facciamo davvero solo quello che è necessario? O forse, a volte, addirittura, facciamo al contrario solo ciò che è facoltativo, marginale, superfluo. Chissà secondo quale criterio poi).
E tu non capisci se sia un piacere, una tenerezza, una concessione. Non lo capisci perché fai scorrere gli occhi dal tuo petto verso l’esterno, prima a destra e poi a sinistra. La fila di bottoni ordinati della camicia. Lembi di pelle. Le maniche corte. E poi più niente. Non hai mani, non hai polsi, non hai avambracci, non hai gomiti, non hai bicipiti, non hai radio, ulna, omero. La sola idea di tagliare la pizza da solo ti sembra un’irrisolvibile odissea.
Di notte (non prima di addormentarti ma semplicemente di notte perché “prima di addormentarti” significherebbe che poi dormi e invece tu non dormi più da così tanto che inizi a dubitare di averlo mai fatto) ci pensi. Ti concentri fortissimo, serri gli occhi così tanto che poi quando li riapri il mondo sembra guardato dietro un vetro sporco. Ti impegni, ci provi con tutto te stesso, immagini delle dita piccole piccole che ti sbucano fuori dall’acetabolo e sono così piccole e sembrano così deboli ma sono qualcosa, come coralli rosei di carne e grondanti come neonati appena partoriti. Ci pensi tantissimo, ci pensi sempre, ma non sei una stella marina e la pizza si sta freddando mentre la fissi, l’hai comprata ma sei da solo, nessuno la taglierà per te.
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