Non è un altro stupido post che pensa di avere qualcosa da insegnarti

Tu non hai sguardo, io non ho filtro

Tu non hai sguardo, io non ho filtro

Caro Mutante,
(o forse sei un mutato. Io l’ho imparata oggi la differenza. L’ho letta su Wikipedia. Dici che mi posso fidare? Wiki dice che un mutante è qualcuno che è già nato con il potere, o la condanna, o unpo’eunpo’. Quindi ha da sempre questa capacità anche se il più delle volte questa capacità non viene scoperta subito, passano degli anni. Un mutato, invece, è qualcuno che l’abilità di mutare l’acquisisce. Ma se tanto il potere lo scopri dopo anni, esattamente, come fai a sapere se sei un mutato o un mutante? Non possiamo neanche risponderci “sei un mutato se è intervenuto qualche particolare fattore esterno”. Perché i fattori esterni intervengono continuamente. Non puoi tracciare una precisa linea di demarcazione e lasciare fuori i fattori esterni, perché non c’è pelle che ti possa proteggere del tutto da essi, neanche se sei un mutante o un mutato e hai la pelle di metallo e alabastro)
ho qualcosa da dirti.
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La mitosi è un momento catartico perché la cellula è lì, tu la vedi, in tutto il suo splendore cellulare, poi si assottiglia, diventa come un filo, affilata come le parole quando vogliono fendere il silenzio, le parole infilate tra i denti e le gengive sanguinano e hai sempre uno smalto bellissimo anche da quando non te lo rovino più. Ed è tanto più bella quanto più da essa (la cellula) e grazie a essa (la mitosi) si ottengono due cellule figlie identiche alla madre. Lasci che qualcosa nasca da te a patto che sia qualcosa di autonomo. Che non debba sempre pagare lo scotto di essere derivato da te, che non porti come una croce, come una tara, il suo corredo dimezzato.
La mitosi siamo noi.

Vorrei raccontarti una storia. Ma forse, in questo caso, più che raccontare è il caso di permetterti di mettere le mani sugli elementi, di toccarli, di testarli e tastarli, di tenere bene a mente che storia ti piacerebbe ascoltare e poi darti la possibilità di metterti lì, nell’angolo tra il tramonto e le stelle che sembrano bolle di sapone, a fabbricare storie.
Quindi preparati: ti darò i pezzi con cui montare e gli strumenti.
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“Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo. La vera nobiltà sta nell’essere superiore alla persona che eravamo fino a ieri.”
I capelli, quei capelli, che non è chiaro se siano diventati chiarichiari, praticamente bianchi, o se siano biondi di un biondo inadeguato, di un biondo che per sbaglio è scivolato su quella cute su cui qualcuno ha posato le dita e per ogni polpastrello poggiato è rimasto un calco e quante stelle cadenti le sono cadute in testa e il suo cranio è ormai come la Walk of Fame di una città fantasma.
“Ora però dimmi qualcosa che non so”
Una con quei gomiti e quelle clavicole e quelle nocche è mai possibile non sappia qualcosa?
“Che non sei sostituibile. Che se ti rompessi tu dovremmo cambiare tutta la scacchiera”
C’è questa cosa della luce che cade brusca e le taglia il viso e ha gli occhi innaturalmente al buio mentre le si bagna il mento di sole e il giallo sporco le ridisegna lo terno.
“Qualcosa che non so su di te. Dimmi chi vuoi diventare“
(Seguono “5 cose che ho capito di te” e “ciò che invece devi proprio dirmi tu” e “vuoi giocare con me?”)
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A un certo punto succede: capisci che certe cose non “succedono”. Devi farle succedere tu.
3 spunti rubati alla medicina, 3*8=24 ore di tempo rubate alla vita per decidere di esseri artefici-artificieri di una vita nuova (che, in effetti, fa molto dantesca memoria). (Tra un giorno esatto il form alla fine del post si disattiverà. Scegli adesso se salire a bordo di una nuova sorprendente-a-sorpresa avventura. Calamo e gli irriducibili piccoli grandi mostri di porporina sono pronti a partire. A te va?)
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Questa immagine è un dono speciale fatto da una persona che definire speciale è usare un eufemismo. (Ma ne parleremo meglio nella prossima puntata, tu ci sarai, vero?)
“In ogni istante della nostra vita siamo ciò che saremo non meno di ciò che siamo stati”
(Perché non si è mai troppo elitari per citare Oscar Wilde e perché questa frase descrive alla perfezione il fattore Magenta)
Ma noi Calamisti, in effetti, in cosa ci rivediamo?
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Tu pensa svegliarti domattina, strofinarti gli occhi con le dita che si sporcano dei sogni che non sono riusciti a fuggire per tempo e sono rimasti sulle ciglia e mentre tu li strofini un po’ li esaudisci, come lampade inconsapevolmente magiche, un po’ li uccidi, pensa staccarti dal cuscino, staccarti dal buio degli occhi chiusi, serrati, come certe porte quando in quei certi posti dietro le porte ci vorresti andare, tu pensa svegliarti domattina e svegliarti davvero, almeno per una volta, svegliarti talmente tanto da prenderti pure l’enorme responsabilità di cambiare strada, se serve, di uscire di casa vestito un po’ leggero e un po’ pesante come chi non sa esattamente quali intemperie dovrà affrontare e imboccare un nuovo viale e proprio lì, dove la strada fa una curva stretta, lì all’incrocio, trovare qualcosa.
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Si dice che la bellezza sia negli occhi di chi guarda. Ma, secondo me, di bellezza ce n’è un po’ di più (e un po’ di più se ne spande e la bellezza non è mai troppa) quando gli occhi di guarda sono occhi che sparpagliano pagliuzze di stupore anche a chilometri di distanza.
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Un attacco di scrittura può essere come un dolore acuto: ti coglie, più o meno all’improvviso, ma tende alla risoluzione. Guarisce una volta risolta la causa che ha portato come terribile effetto la produzione di inchiostro dalle tue dita bianche su fogli intonsi. O può diventare cronico.
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