Ho una fame (d'inchiostro) da lupo

Perché il cielo notturno è buio anche se esistono un’infinità di stelle?

Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d’arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.

Ce ne stiamo tranquilli con i piedi a mollo in quella striscia umida di tempo in cui la notte sta per smontare il suo turno di occhi gravidi di brillantini a buon mercato e il giorno non vuole ancora decidersi a indossare la sua divisa. Così tranquilli che se troviamo un buco libero dalle stelle, nel cielo, un perfetto (e impossibile da saziare) buco nero allora lo annacquiamo col gin finché non diventa un pozzo. Dei desideri.
Coltivare un sogno deve essere una cosa così: un’annaffiare, più o meno s-costante, un vaso di terra nera nera che proprio non si sa cosa cela. Perché il seme è stato piantato quando ancora era troppo buio tutto intorno per vedere, con esattezza, di che tipo di seme si trattasse. Sognare è qualcosa che assomiglia a una roulette russa, tra fiducia cieca e tenera incertezza.

Per la serie “attento a quello che desideri: potresti ottenerlo”

Capitò a lui ciò che capita a tutti: quel che cercava con ostinazione, per l’intimo bisogno della sua natura egli lo raggiunse, ma più di quanto sia bene per l’uomo.

Noi qui, in questa festa in cui ogni persona di buon senso parte in sesta e i fantasmi, tutti ma proprio tutti, sono di cartapesta, abbiamo un mucchio di teorie. Le teniamo ammucchiate contro gli angoli perché se il mondo è pieno di spigoli che all’angolo ti ci mettono, beh, tanto vale iniziare a abituarsi. Tra le teorie c’è questo: (spesso) non prendi il treno che desideri perché non sai come sarà arrivare dove desideri.
Ogni volta che accendi una sigaretta con una candela uccidi un marinaio. Perché ogni volta che fai quello che ti sembra più comodo invece di fare quello che, in fondo agli abissi della tua voce di sirena, allora rinunci a levare l’ancora e approdare un po’ più lontano. E muori un po’.

Chi si assomiglia si piglia

Nessun io, nemmeno più più ingenuo, è un’unita, bensì un mondo molto vario, un piccolo cielo stellato, un caos di forme, di gradi e situazioni, di eredità e possibilità.

Come due fagioli. Lo ripetiamo, quasi in coro, senz’enfasi. Una similitudine che viene tirata fuori in automatico, come il terzo fazzoletto di un numero di magia in cui tutti i fazzoletti sono legati l’uno all’altro e allora tutti quelli che ci sono in mezzo devi offrirgli agli occhi del pubblico per forza. Quando qualcosa sta in mezzo non ha scelta. C’è e basta. E a volte questo è un bene. E a volte questo è un male.
I reni, quindi, sono fagioli che filtrano. Finché qualcuno, invece di starsene a aspettare che il tè, col suo filtro, sia pronto, decide di andare a galoppare altrove e si fa un rene a ferro di cavallo. Chissà come ci si sente a cavalcare a veli spiegate verso un’aberrazione.
Forse ci si sente come quando ci si rende conto che il cielo stellato non è sopra un telescopio. Ma sotto un microscopio. Ed è un linfoma. E noi gli diamo questa definizione perché cerchiamo sempre di far somigliare le cose a altre cose che vediamo, che conosciamo. Perché chiamare gli orrori con un nome familiare li fa sembrare meno orribili. Ma abortire i sogni è comunque triste anche se lo sai da sempre che tante delle stelle che vedi si sono già spente.

Hai un prato infestato nell’anima

Si immagini un giardino con cento specie di alberi, con mille specie di fiori, con cento specie di frutta e di erbe. Se il giardiniere di questo giardino non sa fare altra distinzione botanica che quella tra “mangereccio” e “zizzania”, non saprà che farsene dei nove decimi del giardino, strapperà i fiori più affascinanti, abbatterà gli alberi più nobili o almeno li odierà e li guarderà bieco. Così fa il lupo della steppa coi mille fiori che ha nell’anima.

Facciamo un gioco: io sono la fioraia di My Fair Lady e tu sei il mio miglior fornitore? Forse se mi leghi al polso il tuo polso migliore possiamo andare al ballo e passare una serata altro che a soli due toni, in bianco e nero: una serata multicolore.


8 commenti

glaurito · Dicembre 18, 2014 alle 11:38 pm

Sto leggendo il tuo post seduto ad un bar di Via Ripetta, appena uscito dalla mostra di Cartier-Bresson, il maestro del bianco e nero. Ma nelle sue foto, come nelle tue parole, si specchiano tutti i colori dell’arcobaleno. C’è un posto libero accanto a me, la serata è fresca ma piacevole. Prendiamo un caffè insieme e poi lungo via del Corso ci sono mille bandiere di luci multicolori che si spingono fino a piazza del Popolo. Da lì, se il battito dei nostri polsi prende lo stesso ritmo, senza fatica saliamo sulla terrazza del Pincio a vedere le stelle, o quel che ne resta. Chissà se devo stare attento a questi desideri? 🙂

    Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 10:25 am

    “Nelle sue foto, come nelle tue parole, si specchiano tutti i colori dell’arcobaleno.”
    Grazie per esserti spinto oltre l’immagin(azion)e.

Daniele · Dicembre 19, 2014 alle 8:40 am

La parte sui sogni e sulle stelle è interessante, quanto vera. Parecchie stelle che vedo nel mio cielo si sono già spente chissà quanto tempo fa e di quelle ancora accese chissà quale resterà a dare luce.
I brani in corsivo sono tratti da Il lupo della steppa di Hesse? Ho una bella edizione e devo leggerlo a breve.

    Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 10:25 am

    Sì, è proprio il lupo della steppa di Hesse, il libro che consiglio più o meno a chiunque!

Evaporata · Dicembre 19, 2014 alle 10:19 am

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=wBgX9zFbQkI&w=420&h=315%5D
Sono un lupo molto innamorato
ma sono nato di venerdì
io per vederla mi nascondo sopra il tetto
mamma che botto, che patatrac!
Lei è una lupetta a pelo lungo
per poco svengo, la fermo qui
ma mi ritrovo in mezzo a mille pretendenti
mamma che botte, che patatrac!
Dai! Lupone, dai! Lupone, dai!
ti aiutiamo noi
usa il dentifricio e taglia i baffi
passati sul pelo un po’ di grease
Dai! Lupone, dai! Lupone, dai!
che sei tutti noi
entra in pista come John Travolta
questo è il momento, buttati
falle provare un brivido
Sono un lupo molto sfortunato
io c’ho provato a darle un kiss
ma ho chiuso gli occhi ed ho baciato un pretendente
mamma che botte, che patatrac!
Per mostrarle tutta la mia forza
ad un agnello do un calcio nel popò
ma è Carnevale e quello è un orso travestito
lupo lupone va K.O.!
Dai! Lupone, dai! Lupone, dai!
ti aiutiamo noi
mettiti il giubbotto come Fonzie
ed impara il gesto di Happy Days
Dai! Lupone, dai! Lupone, dai!
che sei tutti noi
entra in pista come John Travolta
questo è il momento, buttati
falle provare un brivido
Dai! Lupone, dai! Lupone, dai!
ti aiutiamo noi
usa il dentifricio e taglia i baffi
passati sul pelo un po’ di grease
Dai! Lupone, dai! Lupone, dai!
ti aiutiamo noi
vieni qui in palestra, c’è il maestro
che ti fa fare il kung fu
così poi non le prendi più
Povero lupo, guarda un po’
un’altra volta K.O.

    Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 10:26 am

    A me questa cosa che i miei post si arricchiscono di spunti grazie ai commenti dai sapori più disparati… Piace un sacco.
    Grazie!

Grazia Gironella · Dicembre 19, 2014 alle 10:45 pm

Che bello questo sogno come seme piantato nella terra scura… è vero, non puoi e non devi sapere cosa succede lì sotto. Devi solo sapere che può spuntare qualcosa. Forse. Prima o poi.

Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 10:34 am

Sì, e quel sapere che “può spuntare qualcosa” deve bastarti.
O se non ti basta… Forse non ci tenevi abbastanza?

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