
Ogni mattina il cartellino più bello lo timbri quando ti metti a lavorare alle tue passioni. Quelle passioni a cui dichiareresti il tuo amore con un cartellone, quelle passioni che, quando hai l’occasione di coltivarle ti senti fortunato come se avessi beccato la cartella vincente giocando a tombola e senti che nessun guaio potrà mettere becco nel tuo momento di grazia perché la tua passione è al tempo stesso il tuo nido e la spinta a spiccare il volo.
Ti immagino lì, con la tua cartella. Pronto a imparare sempre cose nuove e a compilare la cartella delle vite delle persone che ti trovi a leggere, pronto a riempire miriadi di cartelle editoriali ben consapevole di come la scrittura può essere un impagabile strumento. Anche quando il tuo strumento è spesso il fonendo. Perché, se è pur vero che uno scritto al giorno toglie il medico di torno è anche vero che se si usa nella cura la scrittura può essere più piacevole avere un medico intorno.
La scrittura? Una medicina
Il paziente
Un paziente è un soggetto che ha una particolare necessità, un bisogno a cui evidentemente da solo non riesce a rispondere, ma ha anche un’interessante peculiarità: il paziente è il soggetto che conosce meglio la propria malattia.
Il punto di vista della sua narrazione del problema è naturalmente un punto di vista parziale, è la soggettività a farla da padrone, ma è proprio questo marasma di storie, questo racconto impastato d’emozione, la sostanza grezza che il medico deve analizzare per poi poterla plasmare.
Il medico
Anche il medico è un cantastorie. Una dote speciale che il medico deve coltivare per rendere più efficaci i racconti che usa costantemente nel suo campo è di certo la flessibilità: il linguaggio, il modo di esporre gli eventi, la scelta delle parole, sono tutti elementi basilari del discorso che, pur fondandosi sempre sulle stesse basi devono saper di volta in volta variare e adattarsi ai diversi contesti.
Il racconto di una malattia è un racconto che deve essere fatto con toni e modi differenti in base al proprio auditorio: un medico non parla allo stesso modo con altri medici e con i pazienti e, anche con i pazienti stessi, adopera modalità espressive differenti secondo le diverse esigenze dei pazienti.
Prendersi cura della (e con) la scrittura
La narrazione è uno strumento. Sia la narrazione che il paziente fa al medico del proprio problema sia il racconto che il medico fa al paziente della sua terapia e della sua prognosi. Che si tratti della descrizione della cura che il paziente dovrà seguire o della spiegazione dei possibili scenari di salute e malattia verso cui il paziente sta andando il nocciolo non cambia: ci vuole una grande cura per usare correttamente la parola scritta per in-formare.
In medicina si parla di “prescrizione off label” quando si prescrive un farmaco per modalità d’impiego diverse da quelle autorizzate nella solita pratica clinica. Se, infatti, normalmente il medico nelle sue prescrizioni tiene scrupolosamente conto delle indicazioni terapeutiche esistono dei casi particolari.
Il caso particolare sei tu, medico (della parola), perché puoi imparare a impiegare la tua abilità scrittoria nei frangenti più disparati, anche quelli che prima avresti considerato per te assolutamente inaspettati, ma il caso particolare sono anche i tuoi pazienti (che, fuor di metafora, diventano in generale i tuoi clienti) perché per ciascuno di essi puoi sperimentare usi assolutamente eccezionali di quel medicinale che è la tua abilità di web writer.
Quant’è salutare una spremuta d’inchiostro?
Cosa c’è di più salutare di una spremuta d’inchiostro per curare i mali dei propri “pazienti”? Vediamo in 4 mosse una tecnica che ogni dottore della scrittura dovrebbe saper padroneggiare: la tecnica della spremuta.
1) Superare la buccia
Mettere nero su bianco un piano è utile per schiarirsi le idee, per chiarire i patti e per rischiarare la “prognosi” su un progetto scacciando gli spettri di qualsivoglia punto oscuro. La scrittura somiglia per certi versi a un fonendo: serve per visitare il paziente ed è come una corda tesa tra il cuore pulsante del cliente e le orecchie, pronte a cogliere ogni segnale, dello… scrivente.
2) Il succo (del discorso)
Una volta superate le reticenze iniziali si arriva al succo del discorso, alla vera e propria anamnesi soggettiva che il paziente fa di sé e della sua situazione. Questo è il momento cruciale: chi si sta occupando di curare la comunicazione deve essere in grado di raccogliere accuratamente ogni informazione e spremersi le meningi per trovare la migliore soluzione per trarre il massimo da ogni colloquio.
3) Usare il colino
La narrazione che il paziente fa della propria condizione va sempre filtrata. Un bravo medico sa quando lasciare che il paziente parli a ruota libera e quando invece frenarlo e accendere gli abbaglianti per illuminare un punto del discorso in particolare. E un bravo medico sa anche cosa, di quel racconto che tanto somiglia a uno sfogo, è davvero funzionale alla diagnosi e alla terapia e cosa invece è meglio, almeno in quel caso, tralasciare.
4) Vitamina C
Questa è la quarta mossa, la “mossa speciale”. Tocca a te dirmi qual è il tocco particolare, la vitamina C (C come Creatività) che metti in tutto ciò che scrivi (e fai).
16 commenti
Daniele · Maggio 6, 2014 alle 11:33 am
Domanda non facile. Il medico-scrittore dovrebbe metterci la passione per la materia. Ricordi come Oliver Sacks ha scritto i suoi racconti-documento: non erano proprio dei racconti e non erano neanche freddi casi clinici.
In quelle storie c’erano i pazienti, i loro problemi e la voglia di Sacks di venirne a capo e di aiutarli. Ma anche il suo intento di far conoscere a tutti delle realtà che, quasi sicuramente, neanche sospettiamo.
Non so come tutto questo possa adattarsi a uno scrittore, ma penso valga la pena di ragionarci su.
Monia Papa · Maggio 7, 2014 alle 8:38 am
“Ricordi come Oliver Sacks ha scritto i suoi racconti-documento: non erano proprio dei racconti e non erano neanche freddi casi clinici.”
Ultimanente mi ronza in testa proprio questo: uno “storytelling medico” dove si bada più al paziente come persona, nel suo complesso, che come mero coacervo di sintomi e segni clinici.
“Non so come tutto questo possa adattarsi a uno scrittore, ma penso valga la pena di ragionarci su.”
Mi piace l’idea di ragionarci su! 🙂
Daniele · Maggio 7, 2014 alle 9:34 am
Un giorno ti vedrei bene proprio come una Sacks 😀
Monia Papa · Maggio 9, 2014 alle 6:26 am
Ciao Sacks, so che mi leggi, quindi rispondi: mi vuoi come tua figlia putativa? 😀
glaurito · Maggio 6, 2014 alle 7:22 pm
Mi è piaciuto questo post, uno dei miei preferiti perché lo condivido in pieno. Non sottovalutare l’instaurazione di un corso di calamoterapia!
A parte, un consiglio di lettura in tema: Mater Morbi, una storia di Dylan dog scritta da Roberto Recchioni (peraltro titolare di uno dei blog più seguiti in Italia, “dalla parte di Asso”). Straordinario nell’edizione della BAO, il racconto per immagini della caduta del protagonista nel baratro della malattia, della quale si “innamora”. Trasposizione a fumetti della esperienza dell’autore, anch’egli affetto si da piccolo da grave malattia. Un capolavoro che consiglio a te e a tutti i lettori del tuo blog.
Monia Papa · Maggio 7, 2014 alle 8:42 am
“Non sottovalutare l’instaurazione di un corso di calamoterapia!”
Mi metto subito a raccogliere le adesioni di aspiranti polpi pieni di inchiostro? 😀
“Un consiglio di lettura in tema: Mater Morbi, una storia di Dylan dog scritta da Roberto Recchioni”
I consigli di lettura qui sono sempre più che ben accetti, lo sai!
Grazia Gironella · Maggio 6, 2014 alle 7:46 pm
C come convincere il paziente di come la medicina sia non solo utile e di sapore gradevole, ma sia proprio la medicina migliore e specialissima da cui si separerà con dispiacere, e solo fino alla prossima influenza. 😉
Nell’autoguarigione mi è capitato che scrivere fosse il modo di dare un diverso esito a qualcosa che mi era successo, oppure di sancire il momento in cui si prospettava la soluzione a un problema. Quando mi sono trasferita da Bologna in Friuli, per parecchi mesi mi sono sentita un pesce fuor d’acqua; poi un incontro mi ha dato la sensazione che sarebbe andato tutto bene. Ci ho scritto su un racconto che ho proposto su un forum. Mi hanno beccata subito: “carino, ma troppo autobiografico”. Da allora bado a non mescolare ciò che scrivo per curare me stessa con ciò che scrivo per gli altri, se non quando il tema è di interesse generale. I medici devono stare attenti a non mescolare le prescrizioni!
Monia Papa · Maggio 7, 2014 alle 8:46 am
“C come convincere il paziente di come la medicina sia non solo utile e di sapore gradevole, ma sia proprio la medicina migliore e specialissima da cui si separerà con dispiacere, e solo fino alla prossima influenza”
Graiza…Mi piace un sacco questo proposito di convincimento!
“Da allora bado a non mescolare ciò che scrivo per curare me stessa con ciò che scrivo per gli altri, se non quando il tema è di interesse generale.”
Però a volte capita che ciò che scriviamo per noi stessi si rivela utile anche per gli altri pure se non pensavamo il tema fosse di interesse generale, vero? Potere dell’empatia e di una qualche inaspettata… Sintonia.
Grazia Gironella · Maggio 7, 2014 alle 11:48 am
Hai ragione, succede. 🙂
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[…] ← Spesso il male di scrivere ho incontrato […]
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