
Alla base, di te, c’è che sai bene quando essere acido e perché
La potenza dell’esponente
C’è questa cosa che faresti bene a sapere il prima possibile: nel senso più strettamente matematico del termine “potenza” sta per “esponente”. E sì, è bene tu lo sappia perché questo spiega tante cose. Perché questo significa che non può esserci chimica se non ti metti in gioco. Perché più ti esponi più sei potente.
Un giorno ti svegli e hai addosso l’azzurro dei cieli di quando i colori del cielo li chiamavi coi nomi dei personaggi dei cartoni e non quelli delle sensazioni. Azzurro puffo e non Celeste nostalgia. Hai l’azzurro infilato ovunque, come se qualcuno ti avesse soffiato addosso un numero infinito di frammenti di carta da zucchero e tu fossi troppo dolce o troppo amara per impedire che ti si appiccichino addosso. Hai l’azzurro a coprire gli occhi e gli occhi sono di un colore indefinito. Color confusione.
Insomma, ti svegli e incontri un tizio che ha gli occhi blu alice e gli dici, ehi, sparami se può farti stare meglio. Ma lui ha più cartine, per posti che non esistono più, che cartucce e allora ti fa imbarcare con pervicacia in una giornata pervinca. Così tu ti infili nell’ennesima situazione strana come ci si infilerebbe dentro un paio di jeans e pensi che, tutto sommato, se somigli al denim abbastanza da resistere agli strappi dell’emozione mentre balli il tip tap in un posto in cui nessuno balla il tip tap, allora sì, puoi dividerti in mille cose e, moltiplicando gli sforzi, puoi davvero far(cel)a. La differenza.
Un acido può fare
Se la vasca fosse piena d’acido a quest’ora lui sarebbe saltato in piedi, bagnato, con la pelle erosa fino alla carne, con trafori che portano veloci alle ossa, dove fa più freddo quando ormai hai dato un calcio a tutto il resto. Se l’acqua fosse trasformata non in vino, ma in aceto, lui mi bacerebbe con le labbra più viola del mondo, ché tanto Viola bacia tutti. E poi della vasca si intaccherebbe il marmo e delle sue caten(in)e l’acciaio.
Invece l’acido ce l’hai tutto dentro. C’è una forza in te che può essere incredibilmente corrosiva. Devi solo capire contro cosa usarla. Perché a un certo punto, volente o nolente, ti troverai a usarla. Perché l’acido ha un effetto bestiale se non lo lasci fare ciò che sa fare.
Vai con la base
Non è che se non c’è non puoi fare niente ma se c’è è tutto differente. Perché c’è il ritmo giusto e allora è come se avessi una traccia da seguire, come se avessi i contorni e tu ti puoi mettere a colorare e continuare a pensare se sia meglio usare i pennarelli o le matite colorate o i gessetti o i pastelli a cera perché conoscere il profilo di ciò che si vuole disegnare non è necessario, né sufficiente ma è importante. E tu lo sai da sempre che anche quando hai tutti gli -ante in regola (sei interessante, affascinante, intrigante) ti manca qualcosa finché non sei anche importante.
E lo stesso vale per le cose che ti lasci scivolare addosso come detergente dal ph giusto per pulirti la coscienza ma non alterare nulla. Lasciare tutto nello stesso, identico (e sbagliato) posto. Finché le cose che vivi non sentiranno di essere per te significative non si impegneranno a cambiare, significativamente, la tua vita.
Il posto giusto non è mai neutro
Se non sei un puntino beige con tanta voglia di mimetizzarsi, allora no, un posto neutro non è quello che fa per te. Tu sei un pixel in technicolor, no? Una minuscola sfera specchiata che altro che “discoteca vuota nell’anima”: hai una festa dentro che, accidenti, è pur sempre una festa, anche quando sembra un Capodanno quando l’anno nuovo ha già iniziato a deluderti e tu realizzi che ci vuole troppo tempo prima che di anni ne arrivi un altro.
Il tuo posto è una scena filmata, fredda, dove ogni ricordo che apri è una finestra e tu, ogni volta, potresti buttarti via, buttarlo via e invece ti butti, nel senso migliore del termine, anche se una via ancora non sei certo di averla, anche se per rimediare una macchina devi rapi(na)re due occhi che nelle palpebre degli occhi hanno rubato troppo blu al mare.
Il tuo posto è un motel in cui una coppia si piace, si piace tanto e passa pure un sacco di tempo insieme ma non si toccano. Perché le idee che si toccano sono come i colorati lavati insieme senza precauzioni: per quanto proverai a farli tornare a com’erano prima di incontrarsi si porteranno quasi sempre dietro, entrambi, pezzi dell’altro.
21 commenti
gattaliquirizia · Dicembre 19, 2014 alle 9:27 pm
masticare questa frase fino a quando non diventa parte delle mie cellule 🙂
“Finché le cose che vivi non sentiranno di essere per te significative non si impegneranno a cambiare, significativamente, la tua vita”.
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 10:37 am
Che ne penseresti se stampassi queste frasi in delle gomme da masticare?
gattaliquirizia · Dicembre 21, 2014 alle 1:47 pm
meglio ancora sule Fruit Joy 😀
Monia Papa · Dicembre 22, 2014 alle 2:40 pm
Oh va bene! Ci sto!
franco battaglia · Dicembre 20, 2014 alle 9:03 am
A proposito di acido.. ogni tanto rispondi ai commenti cosi butti giù frammenti della “quarta parete”.. (se bazzichi di teatro.. ). Altrimenti inutile pure il grazie esclamato a chi ti segue per mail.. ^_^
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 10:44 am
Ma… Ma… Che bello, una scenata! Quindi ci tieni!
Però dai, torniamo nel giusto ph: lo sai che rispondo sempre e a tutti 🙂
E ora, per dimostrartelo, verrò a casa tua a abbattere una parete delle 4!
franco battaglia · Dicembre 20, 2014 alle 5:32 pm
..’azzarola m’hai riconosciuto la “scenata”.. si vede che come teatrante sguazzo ancora nell’amatoriale.. l’antimetodo Stanislavskij.. eheh
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 5:33 pm
Non so se ora te la cavi così… Prego, favorisca l’indirizzo di casa, Franco Battaglia!
girardihr · Dicembre 20, 2014 alle 11:50 am
Qui ogni due righe apre un commento, una riflessione, e lascia una frase da ricordare. Sei una moltitudine infinita in uno spazio finito. (Venuto male ma voleva essere un complimento)
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 4:23 pm
Ci vorrebbe una tecnica per infinitare anche lo spazio.
O forse c’è e va solo usata.
Evaporata · Dicembre 20, 2014 alle 12:12 pm
il bAllo di quando qui nel profondo nord c’è il sole pallido e tu ti prepari per far festa mettendo le scarpette per scarpettinare in collina è che, quando sei pronta per uscire, guardi fuori e vedi un muro di nebbia accecante perché dietro c’è la luce ma tu devi coprirti gli occhi perché il grigiochiaronebbia ti brucia le pupille.
E allora pensi che azzurro puffo e celeste nostalgia sono tristi uguali.
Togli le scarpette da collina, metti quelle da tip tap e balli un po’ sul balcone sperando che la danza del sole allontani la nebbia.
Ma, se non succede niente e la nebbia rimane, allora ti copri color nebbia e vai a sprofondare nella nebbia. Ché dentro la nebbia trovi sempre qualcosa da fare.
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 5:18 pm
Secondo me dovremmo vestirci ome Christina Ricci e ballare nella nebbia, ecco.
Evaporata · Dicembre 20, 2014 alle 5:23 pm
Secondo noi, io e te dovremmo ballare insieme vestite come ci pare. Ecco2.
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 5:32 pm
Ci manca solo la lochesciooon adatta a noi.
Daniele · Dicembre 20, 2014 alle 2:38 pm
Io ho il ph acido 🙂
Il mio programma è di vendicarmi di chi mi ha incastrato.
La frase di gattaliquirizia piace un sacco anche a me. Ho in programma di analizzarla e capirla.
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 5:19 pm
“il mio programma è di vendicarmi di chi mi ha incastrato”: salvo poi scoprire che la vendetta ti si incastra tra lo sterno e il diaframma e non ti fa respirare e allora, ecco, a maggior ragione quella voce devi farla uscire, per donarla, e la voglia di vendetta sputarla fuori per vederla disfare?
Daniele · Dicembre 20, 2014 alle 5:30 pm
Le tue domande impongono attenta e ponderata riflessione.
Monia Papa · Dicembre 20, 2014 alle 5:32 pm
Mi hanno dato il diploma alla scuola dei blogger impegnativi U.U
Giuse · Dicembre 25, 2014 alle 6:54 pm
Ogni volta che finisco di leggere i tuoi post mi sento confusa. Vuol dire che le tue frasi mi costringono a riflettere con più attenzione e scavare dentro. Scavare fiino a trovare l’acido nascosto, sotto croste di zucchero, per poi buttarmi. 🙂
Monia Papa · Dicembre 27, 2014 alle 6:24 pm
Penso che a tutti, almeno una volta nella vita, viene data l’occasione di vestire i panni di una trivella: io ho la fortuna di indossare le mie parole e, vestita delle mie parole come sarebbe vestita di lustrini una peripatetica dal cuore di bigiotteria, spingermi fin dentro il tuo acido e godermi lo zucchero.
Grazie della lettura, Giuse!
Cambia tutto in un baleno | Calamo Scrittorio · Agosto 20, 2015 alle 11:40 am
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