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C’è quell’angolo, sì proprio quell’angolo all’incrocio tra quello che sarebbe potuto essere e quello che è stato, che è un angolo che ti è sempre piaciuto tanto. Per questo a tratti ti fermi e la trattativa col futuro si blocca e tu sei un congegno di cui non ricordi più il codice per farlo partire e allora ti volti e pensi “è proprio un bel posto”. “Un bel posto ma non ci vivrei”. Perché quando i posti in cui vai sono posti in cui torni puoi accarezzarne il riflesso come una polaroid venuta bene ma non puoi restare una vita intera fermo in posa per un quadro che ti fa sentire appeso.
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L'annunciazione del #BOOKaniere

l'annuncazione del #bookaniere
Una volta è stato per ore a testa in giù immerso in un blu disperato.
Un’altra volta, invece, si è sentito come devono sentirsi le stelle quando affondano in una distesa liquida e rovente di nero assoluto.
Un’altra volta ancora, come se queste due volte non bastassero, ha battuto la testa così forte contro una lettera bianca e algida che non voleva saperne di farsi leggere che alla fine la lettera è saltata come saltano le coperture quando qualcosa ti sbatte da una parte all’altra con violenza, neanche fosse un vento che ha messaggi per tutti, ma non per te, e allora tu lo zittisci. Col segno che si fa quando si vuole zittire.
Mi suggeriscono di dire “il sorriso”. Ma io no, io non voglio rispondere “il sorriso”. Ma un dito. “L’indice”, per essere precisi. Di te è questo che mi ha colpito: il tuo dito indice.
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Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)

Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)
Ci sono un sacco di cose che non crescono sugli alberi.
Tipo i biglietti del treno quando tu vuoi andare a annaffiare il tuo personalissimo ciliegio in fiore e invece devi aspettare una vagonata di tempo e smistare prima una vagonata di cose anche se la voglia di dedicarti alla cosa che fa con te ciò che la primavera fa con i ciliegi ti scoppietta dentro come l’olio in un fritto misto.
Tipo i biglietti perfetti per le occasioni perfette. O tipo le occasioni perfette. Perché tanto lo sai che appena ti fermi a pensare “accidenti, questo momento sembra un momento perfetto” allora i denti ti diventano più aguzzi, senti i secondi tra la lingua e il palato e nessun momento, al morso, si rivela davvero perfetto. C’è sempre qualcosa di sbagliato in mezzo.
Ma ci sono anche alcune cose che crescono eccome sugli alberi. Soprattutto di Natale (ché tutti a Natale hanno voglia di spacchettare anche la curiosità). Un esempio? Le domande che, prima o poi, uno che scrive si trova a affrontare.
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Quello che le ginocchia dicono

quello che le ginocchia dicono
Cinque anni, la coda di cavallo, la tuta verde, di un verde più verde di un verde pistacchio, di un verde bottiglia, vuota, scolata, dopo che il lavandino ha finito di gorgogliare l’ultimo sputo di pioggia di detersivo, quella tuta, soppiantata dai pantaloncini blu, di un blu chimico, come il solfato rameico che ancora non conosco perché non so niente di chimica, come l’angelo azzurro che ancora non conosco perché non so niente di drink e dentro le gambe, sotto la pelle, incastonate nella carne come gravi delusioni dopo che sono andate in cancrena le promesse, ci sono schegge luccicanti di sangue e asfalto.
Ho cinque anni e sono caduta. Succede spesso, ma, come spesso accade, la frequenza non rende affatto l’esperienza più dolce.
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Mamma TV e il prodigarsi di scrittura

mamma tv  e il prodigarsi di scrittura #SelvaggiaNonMentire
Poi un bel giorno (tutto quello che è successo prima è irrilevante perché, a un certo punto, tutti sembrano convinti che basti guardare il risultato, dove sei arrivato, più che come ci sei arrivato. Questa perversione di conoscere i modi. Verbali e non solo) succede che sei sul tuo nido del cuculo a immagazzinare parole come farebbe coi pesci il pellicano e leggi che nell’aria c’è qualcosa.


In genere selezioni con cura di cosa, di quello che c’è nell’aria, occuparti. Perché, ehi, lo sappiamo tutti che le percentuali non sono a tuo favore: solo il 21% dell’aria è respirabile. Se ti risparmi il tentativo di imbottirti di azoto i polmoni ti fai un favore.
Ma a volte occorre fare la pulce che ha la tosse.
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Il cenone del cannibale

Il cenone del cannibale
Se rinasco chiamatemi Crisostomo.
Avrò occhi grandi, color del miele, capelli sottili e così bianchi da sembrare, come rugiada, trasparenti, ma non sarò un vecchio narciso che a furia di specchiarsi ha chiesto la vita eterna dimenticandosi l’eterna giovinezza.
Chiamatemi Crisostomo così farò ingelosire la mattina di Misery.
Perché si è tanto più speciali quanto più si è gli unici a avere qualcosa che luccica sulle labbra.
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