
È sabato pomeriggio.
In altri pomeriggi di sabato Qualcuno se ne sarebbe stato chino sui suoi libri a studiare e riempire di china quaderni di appunti che se si dovessero bagnare lascerebbero colare le nozioni ma non l’essenza, ché non è possibile che se” scripta volant sapia scillicat” (una volta lo disse un mio professore, per scherzo, ma in effetti è vero che le cose che sai, il sapere, non può scivolare via solo perché non hai con te il supporto su cui ne hai scritto.)
Qualcun altro avrebbe continuato ad allenarsi fino a sentire addosso quella stanchezza rotonda di quando tutto quadra perché il tuo corpo risponde alla perfezione ai tuoi comandi e il sudore ti imperla la fronte come una corona, come un qualche premio per le tue fatiche.
Qualcun altro se ne sarebbe andato alla stazione dismessa per scrivere su treni che non vanno più da nessuna parte frasi oscene perché nulla è più sconcertante e destabilizzante di non avere più nessuna da parte da cui andare.
Qualcun’altra si sarebbe fissata allo specchio fino a chiedersi quando sarebbe stato abbastanza essere bella come certe rassicuranti mattine d’ottobre e brava il giusto, senza eccessi, e quieta come il cielo quando tutte le nuvole a pecorella sono tornate nell’ovile.
Qualcun’altra avrebbe ascoltato canzoni tristi, visto film tristi, letto libri tristi, domandandosi se c’è un posto da cui chi canta, gira pellicole, scrive romanzi, può andare a prendere la tristezza o se forse la tristezza ce l’abbiamo già tutti dentro e allora nelle canzoni e nei film e nei libri non serve mettere davvero la tristezza vera ma basta mettere la giusta combinazione per fare aprire all’ascoltatore, spettatore, lettore, la sua personale cassaforte del dolore.
E invece?
Invece siamo tutti nella biblioteca di Twitter.