Di corsi e discorsi

di corsi e discorsi
 
(Cucciolo di cane Corso -ah ah ah che ironia sottile, che raffinato gioco di parole, che elegante danza di assonanze e consonanze- con occhi blu. Che poi si fa presto a dire “blu”. Gli occhi, sulla carta, per tenere altri incollati, alla carta, dovrebbero essere occhi color “mercurio”, o “petrolio” o “cielo di marzo dipinto a acquerello dentro una soffitta fredda che tanto è marzo e il peggio è passato”, o color “ambra” anche se a volte, saper conservare le cose dal tempo, per tanto tempo, non è poi questa gran dote se ti ritrovi solo insetti brutti e inclusioni fastidiose).
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L'annunciazione del #BOOKaniere

l'annuncazione del #bookaniere
Una volta è stato per ore a testa in giù immerso in un blu disperato.
Un’altra volta, invece, si è sentito come devono sentirsi le stelle quando affondano in una distesa liquida e rovente di nero assoluto.
Un’altra volta ancora, come se queste due volte non bastassero, ha battuto la testa così forte contro una lettera bianca e algida che non voleva saperne di farsi leggere che alla fine la lettera è saltata come saltano le coperture quando qualcosa ti sbatte da una parte all’altra con violenza, neanche fosse un vento che ha messaggi per tutti, ma non per te, e allora tu lo zittisci. Col segno che si fa quando si vuole zittire.
Mi suggeriscono di dire “il sorriso”. Ma io no, io non voglio rispondere “il sorriso”. Ma un dito. “L’indice”, per essere precisi. Di te è questo che mi ha colpito: il tuo dito indice.
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Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)

Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)
Ci sono un sacco di cose che non crescono sugli alberi.
Tipo i biglietti del treno quando tu vuoi andare a annaffiare il tuo personalissimo ciliegio in fiore e invece devi aspettare una vagonata di tempo e smistare prima una vagonata di cose anche se la voglia di dedicarti alla cosa che fa con te ciò che la primavera fa con i ciliegi ti scoppietta dentro come l’olio in un fritto misto.
Tipo i biglietti perfetti per le occasioni perfette. O tipo le occasioni perfette. Perché tanto lo sai che appena ti fermi a pensare “accidenti, questo momento sembra un momento perfetto” allora i denti ti diventano più aguzzi, senti i secondi tra la lingua e il palato e nessun momento, al morso, si rivela davvero perfetto. C’è sempre qualcosa di sbagliato in mezzo.
Ma ci sono anche alcune cose che crescono eccome sugli alberi. Soprattutto di Natale (ché tutti a Natale hanno voglia di spacchettare anche la curiosità). Un esempio? Le domande che, prima o poi, uno che scrive si trova a affrontare.
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Quello che le ginocchia dicono

quello che le ginocchia dicono
Cinque anni, la coda di cavallo, la tuta verde, di un verde più verde di un verde pistacchio, di un verde bottiglia, vuota, scolata, dopo che il lavandino ha finito di gorgogliare l’ultimo sputo di pioggia di detersivo, quella tuta, soppiantata dai pantaloncini blu, di un blu chimico, come il solfato rameico che ancora non conosco perché non so niente di chimica, come l’angelo azzurro che ancora non conosco perché non so niente di drink e dentro le gambe, sotto la pelle, incastonate nella carne come gravi delusioni dopo che sono andate in cancrena le promesse, ci sono schegge luccicanti di sangue e asfalto.
Ho cinque anni e sono caduta. Succede spesso, ma, come spesso accade, la frequenza non rende affatto l’esperienza più dolce.
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Il cenone del cannibale

Il cenone del cannibale
Se rinasco chiamatemi Crisostomo.
Avrò occhi grandi, color del miele, capelli sottili e così bianchi da sembrare, come rugiada, trasparenti, ma non sarò un vecchio narciso che a furia di specchiarsi ha chiesto la vita eterna dimenticandosi l’eterna giovinezza.
Chiamatemi Crisostomo così farò ingelosire la mattina di Misery.
Perché si è tanto più speciali quanto più si è gli unici a avere qualcosa che luccica sulle labbra.
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L'avvento degli scrittori

l'avvento degli scrittori
Sono qui, dietro lo schermo, come quando sono dietro in macchina e devo completare una frase che inizia con “l’attesa del piacere è…” e mi chiedo se, ammesso che leggere questo post in questo posto possa essere annoverato tra i piaceri, ecco, ammessa questa incidentale lunga, così lunga, come un tamponamento, magari cardiaco, in cui uno spazio che dovrebbe essere virtuale diventa così reale da accogliere qualcosa e allora capisci che a volte quando qualcosa da virtuale diventa, dolorosamente, reale è perché qualcosa è andato storto. Quindi circolare, circolare, non c’è niente da guardare.
Dicevamo, mi chiedo se, se questo post per te è un piacere magari il fatto che sia stato s-post-ato, che sia post-unpo’digiorni dall’ultimo può essere stata un’attesa che (ti/mi/ci) ha fatto bene.
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Nati per (farsi) leggere

nati per (farsi) leggere
Il sindacato dei lunedì oggi mi ha chiamato e mi ha detto che a volte avere a che fare coi lunedì è proprio strano. Perché più tutto, di settimana in settimana, resta uguale, più tutto diventa peggiore. Anche quando si è nel bel mezzo di una settimana (anzi, qualche giorno in più di una settimana) in cui l’imperativo dovrebbe essere leggere. Per questo Calamo ha passato la mattinata a allungarsi i muscoli perché in questi giorni si sta scaldando. Ma…
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Il mondo è nelle mani di chi sa scriverne

Il mondo è nelle mani di chi sa scriverne

Piatta fino a prova contraria

Scrivere è prendere le parole e metterle in fila, una dietro l’altra, tenendole tutto sullo stesso piano. E se una frase su quel piano a starci proprio non ce la fa? La si prende e la si pressa, la si schiaccia, la si preme contro tutti i “vorrei ma non posso” finché quella frase così perfetta nel suo essere smisurata, così ordinata nella sua criniera dorata spettinata, così simmetrica nel suo unico corno splendente, diventa carne d’unicorno in scatola.
Giusto?
Sbagliato.
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Puzzle d(')i-scritti

puzzle
Se esistessero delle liste di proscrizione buone io, i nomi dei miei lettori (almeno di quelli che sono usciti allo scoperto, anche se fuori fa spesso un po’ troppo freddo) li scriverei subito sopra a chiare lettere. Così potrei mettere all’asta tutte le loro parole, così belle, così belle che ogni volta alzano un po’ più in alta l’asta della bellezza stessa. E sono salti. Di gioia. Salti su letti di sogni che non dormono. Perché i sogni li si realizza svegliandosi. E qualche volta, se si tengono gli occhi aperti abbastanza a lungo, ci si rende conto che allevare cuccioli di sogni a volte significa anche saper guardare oltre il proprio recinto e rendersi conto di quanto belli sono i cuccioli dei giardini accanto. Ecco come questo post è nato da un miscuglio di voci-commento nel post precedente che si è fatto canto.
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