Co-me-te

co-me-te
Premessa: se il blog è una terapia (e io no, qui non vi linko tutti i post in cui ne abbiamo parlato, sì abbiamo, plurale, perché i miei post sono uno spunto poi tu e tutti gli altri “tu” che passano di qui possono coglierli o lasciarli marcire come semi caduti nel terreno sbagliato) allora ogni blogger diagnostica il proprio “problema”, cerca la propria cura, distribuisce articoli come medicine e ogni cosa che scrive è una pillola. Da infilare in un filo. Perché certe volte le parole sono pillole e perle al tempo stesso.
Promessa: quando ho aperto questo blog (e tu, se passi di qui spesso, dovresti saperlo che il blog è neonato e non è ancora morto ma non è un non-morto del tipo zombie. Direi proprio di no) ho fatto una promessa sia a me stessa sia a chi avrebbe scelto di dedicarmi la sua attenzione e il suo tempo. Ho promesso di essere il più possibile autentica e quindi vicina all’idea di me stessa (come Almodovar insegna) e di non dissetare mai la sete di miglioramento e di confronto. Per questo vado oltre i miei limiti, posto qualcosa che scrivo e quando vedo che anche tu che mi stai leggendo spingi ogni giorno un po’ più in là i paletti che ti eri imposto di avere allora penso che siamo tutti sempre un po’ più avanti ed è per questo che per incontrarci non abbiamo bisogno di darci un appuntamento: ci incontriamo strada facendo.
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Di come scrivere per tante ore filate e far restare l’inchiostro dolce

Di come scrivere per tante ore filate e far restare l’inchiostro dolce
Per scrivere tanto (e bene) basta essere organizzati (?)
Fare la raccolta differenziata degli impegni e congelare umori, tendenze, emozioni e sentimenti. Cristallizzarsi in un modello e dividere il da farsi nei vari contenitori. Come quando fai la spesa e anche se la busta si rompe tu vai avanti perché sai che devi per forza andare avanti. E poi arrivi e rovesci sul tavolo un’accozzaglia di prodotti. E guardi il pacco più triste dell’insalata che hai trovato e ti chiedi se non sarebbe stato meglio comprare caramelle invece di ravanelli.
Basta questo? Forse no. Però c’è una cosa che se c’è tutto diventa più facile. Un po’ come la farina che ha dentro già il lievito e allora è più semplice far prendere forma alle tue parole, con dolcezza, senza forzature.
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Un'alba mancata come un'uscita in autostrada

un'alba mancata
Ti sarebbe piaciuto nascere a maggio. Perché a maggio il sole resta a giocare con i monti, ormai verdi, ogni giorno un po’ di più e sapessi quanto si diverte! I raggi avvolgono ogni filo d’erba e sembrano davvero non dimenticarne nessuno: a volte la neve è particolarmente crudele e pare cancellare ogni traccia del colore della speranza ma il sole ha sempre la forza di sopportare ogni scempio.
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Uno scrittore piccolo piccolo

uno scrittore piccolo piccolo
Io se fossi uno scrittore vorrei essere alto due mele o poco più.
Perché la scrittura è come una mela al giorno che toglie il medico di torno e perché se sei alto due mele puoi sbirciare fin nei più intimi anfratti delle librerie e poi puoi diventare una crostata, anche se piccola piccola, una crostata che sa di buono, che sa di casa.
Vorrei essere uno scrittore piccolo piccolo per poter essere tenuto sul palmo di una mano come si fa con un regalo. Piccolo in un modo aggraziato. Piacevolmente tenuto in gran conto tanto da conquistare tutte le dita della mano.
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I 4 blocchi dello scrittore

i 4 blocchi dello scrittore
È come se ti formicolassero i pensieri. Come se una grande area del tuo cervello che controlla un distretto anatomico minuscolo ma gli fa fare movimenti minuziosi fosse atrofizzata. Come se dentro la tua testa fosse crollato un intero palazzo e lì c’erano le poste e tutte le tue intenzioni sono state spedite a indirizzi sbagliati con buste scritte da una grafia illegibile.
Ecco, bloccato.
Provi a girare la manopola della radio mentre suona una canzone commerciale ma tutto sembra scoordinato e inciampi nella frequenza sbagliata e l’indice e il pollice si fermano su una stazione che trasmette solo rumore bianco. Come quando scrivi e ti domandi se è peggio quando mentre stai scrivendo ti senti bloccato o quando che sei bloccato non lo percepisci neanche più perché nel blocco dello scrittore ci sei invischiato. E una nuova Natività è lontana.
Ma un blocco dello scrittore non si sa ancora se esiste. Sembra più probabile ne esistano quattro.
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La classe non è acqua. Ma #scrittura.

la classe è scrittura
– Ho un problema.
Spara.
Ho un libro dentro  e non so quando l’ho ingoiato. E quando lo dico in giro la gente non sa mai se offrirmi una penna o una lavanda gastrica.
– A te che serve?
– Forse una mano per quando scrivo scrivo scrivo e il tunnel carpale sembra diventato un tunnel senza via di sbocco. O forse una cura contro il male di scrivere.
– Sicuro che il libro non ti è caduto in testa? Vuoi andare in ospedale?
– Un reparto di scrittura intensiva, ecco quello non sarebbe.
– Devo dire che farti felice è proprio semplice, eh. Anche quando andavamo a scuola eri un po’ strano.
– Che vuoi farci, la classe non è acqua. Ma un posto in cui puoi contare sul tuo compagno di banco.
– Sei bravo con le parole per essere uno che ha un libro incastrato in gola. Chi vorresti nella tua classe che non è acqua ma inchiostro?
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Chi ha paura della scrittura?

chi ha paura della scrittura?
Per prima cosa creiamo l’atmosfera. Non vorrai metterti a leggere così, senza neanche aver rotto il ghiaccio, vero? Non ti ha insegnato niente la lezione sulla scrittura del punteruolo
 
Musica. Ci serve della musica. Metti su la musica di Krzysztof Komeda con Mia Farrow che fa LaLaLa e tu che hai la pelle d’oca. Sì, la colonna sonora dei titoli d’apertura di “Rosemary’s baby”, esatto. E magari rispolvera “il seme della follia” di Carpenter.
 
E adesso? Adesso è il momento giusto per chiederti quanta paura hai della scrittura. Quanta paura hai che la scrittura ti fagociti come un mostro tritacarta e la carta dei tuoi scritti non sopravviva? E quanta paura hai che accada esattamente il contrario e la tua carta lasci di sasso gli occhi trita carta dei lettori?
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#Twitter-autori: per chi suona la notifica?

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È sabato pomeriggio.
In altri pomeriggi di sabato Qualcuno se ne sarebbe stato chino sui suoi libri a studiare e riempire di china quaderni di appunti che se si dovessero bagnare lascerebbero colare le nozioni ma non l’essenza, ché non è possibile che se” scripta volant sapia scillicat” (una volta lo disse un mio professore, per scherzo, ma in effetti è vero che le cose che sai, il sapere, non può scivolare via solo perché non hai con te il supporto su cui ne hai scritto.)
Qualcun altro avrebbe continuato ad allenarsi fino a sentire addosso quella stanchezza rotonda di quando tutto quadra perché il tuo corpo risponde alla perfezione ai tuoi comandi e il sudore ti imperla la fronte come una corona, come un qualche premio per le tue fatiche.
Qualcun altro se ne sarebbe andato alla stazione dismessa per scrivere su treni che non vanno più da nessuna parte frasi oscene perché nulla è più sconcertante e destabilizzante di non avere più nessuna da parte da cui andare.
Qualcun’altra si sarebbe fissata allo specchio fino a chiedersi quando sarebbe stato abbastanza essere bella come certe rassicuranti mattine d’ottobre e brava il giusto, senza eccessi, e quieta come il cielo quando tutte le nuvole a pecorella sono tornate nell’ovile.
Qualcun’altra avrebbe ascoltato canzoni tristi, visto film tristi, letto libri tristi, domandandosi se c’è un posto da cui chi canta, gira pellicole, scrive romanzi, può andare a prendere la tristezza o se forse la tristezza ce l’abbiamo già tutti dentro e allora nelle canzoni e nei film e nei libri non serve mettere davvero la tristezza vera ma basta mettere la giusta combinazione per fare aprire all’ascoltatore, spettatore, lettore, la sua personale cassaforte del dolore.
E invece?
Invece siamo tutti nella biblioteca di Twitter.

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